INTERVENTI E COMMENTI

21 luglio 2015 LA BUONA SCUOLA DI RENZI.....

UN FENOMENO PERNICIOSO: GLI ABBANDONI PRECOCI DALLA SCUOLA E DALLA FORMAZIONE

C’è un organismo europeo voluto dalla Commissione nel 1980 che fa un lavoro di raccolta e di aggiornamento dei dati sulla forma e il modo di operare dei sistemi educativi europei oltre che di svolgere la funzione di fornire informazioni sulle loro politiche. Tale organismo, che ha sede centrale a Bruxelles e Unità nazionali nei singoli Stati della UE, si chiama: “Eurydice”, nome che etimologicamente deriva da due parole greche che insieme letteralmente si traducono con quelle italiane “ampia giustizia”, che potrebbero simboleggiare l’obiettivo da traguardare nel frastagliato e tormentato mondo dell’Educazione, che è quello delle pari opportunità per tutti portandoli così alla meta. Però, il nome di questa rete europea potrebbe derivare anche dalla mitologia greca; in particolare, dal nome della driade Euridice, moglie di Orfeo che scese negli inferi per riportare in vita il suo sposo, purtroppo senza riuscirci; questo ci ammonirebbe su di un’altra realtà cruda che sembra prevalere in questo mondo: il fatto che per quanto ci si sforzi non è possibile portare alla meta tutti quelli che transitano dal sistema educativo.

In Italia, l’Unità nazionale di Eurydice è attiva dal 1985, per incarico del MIUR, presso l’INDIRE, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca, suo Ente di ricerca che ha sede a Firenze.

Uno degli impegni di studio di Eurydice Italia è la dispersione scolastica, in particolare, l’abbandono prematuro degli studi secondari o della formazione dei giovani tra i 18 e i 24 che non consente loro di acquisire un diploma di scuola secondaria di secondo grado o un attestato di formazione professionale. Tale impegno deriva da un altro, questa volta della UE, esplicitato attraverso “Europa 2020”, che consiste nel voler ridurre drasticamente i tassi di tale abbandono al 10%, entro la data del 2020, in tutti gli Stati che ne fanno parte.

L’indicatore che è alla base di questo studio è quello degli early leaving from education and training (ELET), cioè, la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’età che ha raggiunto al massimo il titolo di scuola secondaria di I grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni nella formazione.

In Italia nel 2009 tale indicatore era del 19,2%; nel 2016 era sceso a circa il 13,8% mentre la media europea si è attestata al 10,7%. L’Italia, come mostra il grafico messo a punto dall’EUROSTAT nel suo rapporto pubblicato a settembre 2017, è comunque il quinto Stato con il tasso più alto nella UE.

Sono ventotto i Paesi della UE presi in considerazione; essere nella classifica degli abbandoni al quinto posto evidenzia due fatti: il primo, è che l’Italia non fa abbastanza da contrastare questo fenomeno rispetto a quello che fanno gli altri ventitré Paesi della comunità, limitandosi solo a qualche indagine statistica e a qualche intervento sui luoghi deputati all’Istruzione e alla Formazione; la seconda è che non s’indaga a sufficienza sulla tipologia di quei giovani tra i 18 e i 24 anni, osservati per la rilevazione dei loro abbandoni.

Tralasciando il primo fatto che è endemico nel nostro Paese, io credo che la suddetta tipologia sia la vera causa degli abbandoni. Se è vero, come credo, che coloro i quali abbandonano precocemente la Scuola e la Formazione sono giovani nella quasi totalità nati e vissuti nell’età scolare in famiglie meno abbienti, in famiglie che vivono in luoghi degradati urbanisticamente e socialmente, in famiglie i cui genitori, entrambi o uno solo, non sanno come sopravvivere o sono costretti a delinquere per farlo o già stanno scontando in carcere le loro pene per averlo fatto, allora per contrastare il fenomeno degli abbandoni di questa parte minore della nostra società la Scuola e la Formazione non sono più sufficienti da sole. Occorre che l’intera società si attivi, attraverso politiche incisive e conseguenti comportamenti efficaci di tutti i cittadini che ne fanno parte ad avviare quell’uguaglianza sostanziale sancita dal secondo comma dell’articolo tre della nostra meravigliosa Carta Costituzionale.

Se così stanno le cose, non si tratta più, dunque, di abbandoni, ma più propriamente di esclusioni di una rilevante parte dei nostri ragazzi dai benefici che può portare la Scuola o la Formazione.

Come si può osservare, la soluzione a questo problema è inequivocabile e quanto mai semplice da osservare e da manifestare, ma altrettanto complessi sono gli interventi da mettere in campo per raggiungerla nel concreto fatto salvo, ovviamente quello che va considerato sulla questione l’esistenza di uno “zoccolo duro” che è destinato a restare per natura.

Proverò a indicare alcuni di questi possibili interventi:

  1. Nel 2016 le famiglie residenti nel nostro Paese in condizioni di povertà assoluta sono state 1 milione e 619mila e in esse hanno vissuto 4 milioni e 742mila persone. Considerando che la popolazione nel nostro Paese era di circa sessanta milioni di persone, l’incidenza della povertà assoluta era del 7,9%. Trattasi di un valore medio che aumenta con l’aumentare del numero dei componenti il nucleo familiare, con il lavoro di operaio o assimilati del genitore, con l’area geografica (> in direzione Nord-Sud) e con lo stato di disoccupazione dei componenti il nucleo familiare. Tali valori, peraltro, sono in aumento riferiti al 2017 e continueranno a esserlo in futuro se proseguiamo a vivere in un mondo divisivo dove regnano sovrane le disuguaglianze.

    Naturalmente, vi è anche un altro tipo di povertà che è quella relativa.  Anche per questo tipo di povertà i dati riferiti al 2016 sono allarmanti: le famiglie residenti erano  2 milioni 734mila e in esse hanno vissuto 8 milioni 465mila persone con una incidenza sul totale della popolazione del 14,0% dei residenti. Anche qui trattasi di un valore medio e l’incidenza della povertà relativa è condizionata dagli stessi riferimenti, è aumentata nel 2017 e continuerà ad aumentare.

    Un dato da tener presente nella nostra indagine è, dunque, il totale dei giovani in età scolare che sono a forte rischio di dispersione scolastica. Un calcolo approssimato può essere fatto semplicemente usando l’aritmetica. Sono 13 milioni e 207mila le persone in condizione di povertà assoluta e relativa; da questo numero togliamo 3 milioni e 238mila, che sono i genitori delle famiglie in condizione di povertà assoluta, e 5 milioni e 468mila che sono i genitori delle famiglie in condizioni di povertà relativa; otteniamo che le altre persone che vivono in queste famiglie sono 4 milioni e 501mila; considerato che tra questi figli vi sono anche adulti, in via del tutto approssimata possiamo dire che i figli in età scolare a forte rischio di dispersione scolastica sono tra i 3 e i 4 milioni.  Le fonti ufficiali, come si è detto sopra, riportano che i giovani tra i 18 e i 24 anni hanno un tasso di abbandono che era nel 2016 del 13,8%, cioè di 575mila giovani, dunque, è abbastanza presumibile che l’area che va dai 3 ai 4 milioni di diseredati individuati prima ha alimentato e può farlo in futuro ancora, data la sua natura e vastità, l’area che determina i tassi di abbandono.

    Mettere in campo politiche d’inclusione è dunque lo strumento essenziale da attivare per ridurre questi tassi. Quelle che in Italia si portano avanti da tempo con risultati spesso parziali nel sistema della Scuola e della Formazione, come l’innalzamento dell’obbligo, le riforme del sistema di istruzione e formazione professionale, i raccordi tra i percorsi degli istituti professionali e quelli regionali, l’istituzione delle anagrafi degli studenti, la legge quadro sull’IDA, i particolari interventi rivolti all’educazione e alla cura della prima infanzia, sono politiche sistemiche ancora incomplete che hanno bisogno di sostegno degli altri sistemi.

  2. Il primo obiettivo di uno Stato moderno, che vuole includere e combattere il fenomeno degli abbandoni precoci, è mettere nella sua agenda la lotta senza quartiere alle povertà assolute e relative con politiche specifiche che vadano in direzione del recupero integrale delle periferie. Queste ultime devono diventare centri cittadini con tutti i servizi, compresi quelli educativi, e con tutti i luoghi del tempo libero, con centri civici assortiti da  ogni offerta ludica, d’intrattenimento e culturale.

  3. L’altro dirimente obiettivo è quello di fornire ai preadolescenti e agli adolescenti la certezza del loro futuro che si tinge sempre più di rosa quando si raggiungono livelli più alti d’istruzione e formazione. Il lavoro sicuro per tutti, dignitoso e utile per la società è l’ingrediente necessario per centrare tale obiettivo perché questo tipo di lavoro eleva la dignità della persona. 

  4. C’è però un altro fondamentale obiettivo, che è poi in massima parte propedeutico agli altri, è quello di reperire le risorse per centrare quelli succitati. Per ottenerle non c’è che una via: la leva fiscale perché senza un giusto utilizzo di essa non c’è altra soluzione, se è vero, come credo, che anche il PIL è condizionato fortemente da essa. L’attuazione piena degli articoli 53 e 119 della nostra Costituzione va perseguita fino in fondo. Non può dirsi moderno uno Stato che concentra la gran parte della ricchezza in mano di pochi, che diventano sempre più ricchi, e lascia il resto dei suoi cittadini in condizioni di disagio. Liberare risorse per investirle nel recupero e nel lancio delle periferie e per produrre lavoro che nobiliti l’uomo è l’unica via per l’emancipazione sociale, intendendo con essa non solo il pieno riscatto sociale delle persone, fondato sull’abbattimento delle disuguaglianze, ma anche il loro benessere economico, fisico e psichico. Credo, infatti, che la via della piena emancipazione sociale sia anche quella più efficace per elevare il PIL del Paese, che è l’indice del benessere di esso.

     

    In conclusione, il solo modo per raggiungere e superare i traguardi che l’Europa ci raccomanda per limitare gli abbandoni precoci dal sistema della Scuola e della Formazione è puntare all’emancipazione sociale. Essa, contribuendo peraltro allo sviluppo del Paese, costituisce una barriera concreta al fenomeno degli abbandoni precoci in un settore dove gli interventi sistemici aiutano, ma possono essere solo di complemento.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNO 2015 

IL DIRIGENTE SCOLASTICO NELLA "BUONA SCUOLA"

 

Premessa.

 

Desidero, sforzandomi di essere quanto più obiettivo possibile, esprimere un giudizio articolato su un aspetto della legge approvata  dal Parlamento italiano sulla scuola: come cambiano i poteri del dirigente scolastico. Desidero farlo non solo per i miei anni trascorsi prima da preside e poi da dirigente scolastico, ma perché considero il ruolo di questa figura della scuola un ruolo fondamentale, ancorché non determinante, perché il lavoro nella scuola è un lavoro di equipe che richiede la sinergia di tutte gli attori in campo.

 

La legge 13 luglio 2015, entrata in vigore il 16 luglio 2015, consta di un solo articolo, prevedendo impegni finanziari, ma è composto da 212 commi. Dico subito come antipasto alle critiche che esprimerò in seguito che ciò sia in  netto contrasto con le vigenti regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi che dicono che è opportuno che ciascun articolo sia costituito da un numero limitato di commi. Una legge così importante per il futuro del nostro paese avrebbe meritato un'articolazione più razionale.

 

Tornando al mio impegno iniziale aggiungo che raggiungere l'obiettività su materie così complesse come questa non è cosa facile perché, oltre al metodo di lavoro arrogante e populista, adottato da questo governo in tutti i suoi provvedimenti, dispone male riguardo alla materia in esame una ignorata incostituzionalità della legge che vede intaccati i principi fondamentali di libertà, di democrazia e di uguaglianza. Posto che una vera "Buona Scuola" dovrebbe puntare a sviluppare nelle generazioni che la frequentano quelle fini capacità critiche che consentano ad ogni individuo di imparare a leggere la realtà complessa che lo circonda e con la quale si troverà a fare i conti una volta terminati gli studi secondari affermo convinto che si avvia la costruzione di tali capacità non costringendo i discenti entro schemi preparati, ma lasciando ai loro interessi personali libero sfogo, alla loro creatività  e ai loro punti di vista su cui instaurare il confronto e instaurando metodi e strumenti d'indagine e di ricerca pedagogica ritenuti più adeguati ad ogni personalità. Di tutto ciò, ahimè, nel provvedimento approvato non c'è traccia. Ma non c'è neppure traccia di contenuti che danno ad un provvedimento legislativo il titolo di "riforma".

 

Il principio di libertà, nella fattispecie il principio di libertà d'insegnamento che, peraltro, garantisce il principio di libertà di apprendimento, viene vilipeso con misure intimidatorie e restrittive nei confronti dei docenti (si veda più avanti sui poteri del dirigente scolastico).

 

Il principio di democrazia, nella fattispecie il principio delle assunzioni delle decisioni collegiali democratiche, viene sottoposto alle decisioni del dirigente scolastico che condiziona altresì anche l'autonomia delle stesse istituzioni scolastiche (si veda come sopra).

 

Il principio di uguaglianza, cardine della nostra Costituzione, nella fattispecie il principio di pari opportunità di apprendimento, viene stravolto introducendo da un lato scuola di varia serie fino ai ghetti e dall'altro attraverso l'introduzione di un apprendistato che prefigura diverse opportunità culturali per gli studenti dei tecnici e dei professionali e gli studenti dei licei e altro ancora (si veda come sopra).

 

Come cambiano i poteri del dirigente scolastico.

 

Il comma 14 dell'articolo unico della legge in questione porta una prima modifica sostanziale al ruolo del dirigente scolastico. In tale comma si legge che l'articolo 3 del regolamento di cui al decreto  del  Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, e' sostituito integralmente e il comma 4 così recita: "Il piano e' elaborato dal collegio dei docenti sulla base  degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione  e di amministrazione definiti dal dirigente  scolastico. Il  piano  e' approvato dal consiglio d'istituto.". Vale a dire che il dirigente scolastico assume competenze che il regolamento succitato affidava prima ai consigli di circolo e d'istituto. In ciò s'intravede chiaramente un potenziamento dei poteri del dirigente scolastico cioè di una figura unica a scapito dei poteri di un organo collegiale dove sono rappresentate tutte le componenti della scuola. Mi pare un primo vulnus per il principio democratico.

 

 

 

Un altro importante punto della riforma che stravolge il ruolo del dirigente scolastico è il comma 18 che recita testualmente: "Il dirigente scolastico individua il personale da assegnare  ai posti dell'organico dell'autonomia, con le modalità di cui ai  commi da 79 a 83.". È su questo punto che si è scatenata prima e dopo l'approvazione definitiva del provvedimento e si scatenerà ancora nella fase applicativa che si è aperta a partire dal prossimo a.s. la reazione convinta di gran parte del mondo della scuola, oltre che dei sindacati.

 

Ma, cerchiamo di analizzare il perché. Intanto, va chiarito che l'organico dell'autonomia è quello descritto al comma 5 del provvedimento  che così recita: "Al fine di dare piena attuazione al  processo  di realizzazione dell'autonomia e di   riorganizzazione dell'intero sistema di istruzione, è istituito per l'intera istituzione  scolastica, o istituto comprensivo, e per tutti gli indirizzi degli istituti secondari di  secondo grado afferenti alla medesima istituzione scolastica l'organico  dell'autonomia,  funzionale   alle   esigenze didattiche, organizzative e progettuali delle istituzioni scolastiche come emergenti dal piano triennale dell'offerta formativa predisposto ai  sensi  del  comma  14. I docenti dell'organico dell'autonomia concorrono alla realizzazione del piano triennale dell'offerta formativa con attività di  insegnamento, di potenziamento, di sostegno, di organizzazione, di progettazione e di coordinamento.".  Fin qui nulla da eccepire perché l'organico funzionale è un organico che dovrebbe soddisfare tutte le esigenze della scuola dell'autonomia e aggiungo che da anni anche il sindacato stava rincorrendo. La gravità di quanto è scritto nel comma 18 sta nel fatto che "il dirigente scolastico individua il personale da assegnare ai posti dell'organico dell'autonomia" a partire dall'a.s. 2016-2017. Cioè il dirigente scolastico ha il nuovo compito di assumere docenti sui posti dell'organico dell'autonomia della scuola che dirige che sono tutti i posti disponibili in quella scuola con l'eccezione dei posti ricoperti da docenti titolari già assunti prima del 16 luglio 2015 e dai docenti che saranno assunti con le norme in vigore prima di questa data, che è la data di entrata in vigore della legge. Le modalità che il dirigente scolastico deve seguire per queste chiamate dirette sono contenute nei comma dal 79 all'83 del provvedimento, ma per lo scopo che si propone questo scritto è necessario qualche chiarimento. In primis, vengono introdotti gli "ambiti territoriali di riferimento" a ciascuna scuola. Essi saranno individuati dal dirigente dell'USR secondo alcuni criteri (reti di scuola ed altro) entro il 31 marzo 2016 e avranno dimensioni di norma inferiore alla provincia, cioè una provincia potrà avere più ambiti territoriali. In questi ambiti confluiscono quei docenti che perderanno la titolarità nella loro scuola di titolarità con riferimento all'a.s. 2016-2017, i docenti che saranno assunti con le nuove regole della riforma a partire da quest'ultimo a.s.  e quelli che chiederanno la mobilità pur avendo conservato la titolarità nella loro scuola. Non più dunque Albi regionali dei docenti, ma Albi territoriali sub provinciali.

 

Il dirigente scolastico per coprire i posti disponibili della scuola da lui diretta deve attingere dall'Albo dell'ambito territoriale di riferimento della sua scuola, proporre l'assunzione a docenti aventi le caratteristiche professionali che ritiene necessarie e/o accogliere le istanze dei docenti appartenenti a quell'Albo che ritengono e dimostrano di avere le caratteristiche giuste per ricoprire un determinato posto di quella scuola; da aggiungere che il dirigente scolastico può assumere anche docenti non abilitati per una determinata disciplina, ma che hanno il titolo di studio valido per quell'insegnamento. L'incarico così effettuato ha durata triennale e può essere rinnovato sempre che il POF preveda la conferma di quel posto corrispondente a quella determinata prestazione professionale per la quale si è instituito il posto. Infine, i docenti appartenenti all'Albo territoriale che non hanno ricevuto alcuna proposta dai dirigenti scolastici o che non hanno formulato alcuna domanda verranno assegnati d'ufficio al termine di tutte le operazioni dall'USR sui posti che risultano ancora disponibili anche in ambiti diversi da quello di appartenenza.

 

 

 

Fortemente legato a questa questione è l'altro punto molto controverso della valutazione dei docenti ed è per questo motivo che rimando ogni mia osservazione al termine della trattazione di quest'ultimo.

 

Il comma 129 della legge prevede che dall'a.s. 2016-2017 l'articolo 11 del testo unico di cui al Dlg 16 aprile 1994, n. 297, debba essere sostituito integralmente e le novità rilevanti sono: il Comitato previgente è nato per valutare il servizio dei docenti a richiesta di questi ultimi, sulla base di una relazione predisposta dal dirigente scolastico, "tenendoconto delle qualità intellettuali, della preparazione culturale e professionale, anche con riferimento a eventuali pubblicazioni, della diligenza, del comportamento nella scuola, dell'efficacia dell'azione educativa e didattica, delle eventuali sanzioni disciplinari, dell'attività di aggiornamento, della partecipazione ad attività di sperimentazione, della collaborazione con altri docenti e con gli organi della scuola, dei rapporti con le famiglie degli alunni, nonché di attività speciali nell'ambito scolastico e di ogni altro elemento che valga a delineare le caratteristiche e le attitudini personali, in relazione alla funzione docente." Questa parte non viene sostanzialmente modificata, ma viene introdotta la valutazione dei docenti ai fini della loro valorizzazione professionale sulla base: "a) della  qualità   dell'insegnamento   e   del   contributo   al miglioramento  dell'istituzione  scolastica,  nonché  del   successo formativo e scolastico degli studenti; b) dei risultati ottenuti dal docente o dal gruppo  di  docenti  in relazione  al  potenziamento  delle   competenze   degli   alunni   e dell'innovazione   didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla  documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche; c) delle responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo  e didattico e nella formazione del personale.".  Altra forte novità è sulla composizione. Il precedente Comitato era composto da 2 o 4 docenti effettivi e da 1 o 2 supplenti scelti dal Collegio dei docenti e durava in carica un solo anno scolastico, il nuovo Comitato sarà composto da: "a) tre docenti dell'istituzione scolastica, di cui due  scelti  dal collegio dei docenti e uno dal consiglio di istituto; b) due rappresentanti dei genitori, per la scuola  dell'infanzia e per il primo ciclo di istruzione; un rappresentante degli studenti e un rappresentante dei genitori, per il secondo ciclo  di  istruzione, scelti dal consiglio di istituto; c)  un  componente  esterno  individuato  dall'ufficio   scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici." e dura in carica tre anni. Entrambi quello previgente e il nuovo sono presieduti dal dirigente scolastico ed entrambi provvedono alla valutazione dell'anno di formazione dei docenti neoassunti e alla riabilitazione del personale docente.

 

 

 

Dal combinato disposto di questi punti della riforma: la chiamata diretta e la valutazione per la valorizzazione professionale, si configura un vero attacco mortale al principio di libertà della nostra Costituzione che per i docenti è sancita come libertà d'insegnamento, prevista dall'articolo 33, ma anche una lesione di un diritto fondamentale per la crescita dei discenti che è il diritto ad un apprendimento plurale che verrebbe annichilito dal prevalere del "pensiero unico". Il dirigente scolastico, infatti, terrebbe in pugno il docente che ha assunto nella scuola da lui diretta con due armi puntate contro: la prima è negli effetti della sua valutazione essendo sostanzialmente monocratica e la seconda è che può non confermarlo più per il triennio successivo. Come dire: "O fai come ti dico io o ti caccio", un po' come ha fatto il "nostro" ex premier con alcuni suoi collaboratori di partito a cominciare da Fini. A ciò si aggiunge il fatto che il dirigente scolastico sentito il Comitato di valutazione, ma a lui spetta la parola finale, provvede non ad una compiuta valorizzazione professionale dei docenti, che è altra cosa, ma provvede a valutare il merito dei docenti ai quali spetta poi un bonus in denaro. Una inaccettabile monetizzazione della valorizzazione professionale che avrà una conseguenza nefasta nelle singole istituzioni scolastiche perché destinata ad alimentare la conflittualità interna tra docenti, ma anche tra docenti e alunni e genitori con la buona pace del clima cooperativo che dovrebbe esserci in ogni scuola per elevare la qualità del servizio. Tutto ciò stendendo un velo pietoso sul fatto che in queste materie, ribadisco il giudizio negativo dipendente sostanzialmente da quello di uno solo, il rischio di lasciarsi guidare da personalismi (amicizie, ancorché sia esclusa la parentela, ma anche rapporti diretti che possono innescare simpatie e dipendenze) sia da non escludere, ma direi sia alto con tutto il rispetto nei confronti della professionalità dei dirigenti scolastici.

 

 

 

Ancora sulla chiamata diretta del dirigente scolastico e la conseguente facoltà di scelta dei docenti che ricevono più chiamate nonché la distribuzione degli altri docenti che non hanno ricevuto proposte anche in altri ambiti là dove sono restati posti disponibili individuo un'altra grave conseguenza: la creazione di fatto di scuole di varia serie e di scuole ghetto. I docenti più "bravi" sceglieranno le scuole più accreditate nel territorio e quelli che restano andranno a coprire i posti restanti delle scuole di periferie dove più complesso è il rapporto insegnamento apprendimento per la presenza di alunni più difficili, dove invece andrebbe richiesta la presenza di docenti capaci di mettere in campo prestazioni professionali di elevata qualità. Da ciò discende un diverso trattamento dei discenti del territorio e una chiara violazione del principio di uguaglianza perché destina al fallimento il "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" e di fatto nella fattispecie configura una impossibilità di centrare l'inclusione e la pari opportunità di partenza, e in itinere di tutti, in ugual misura. Trattasi di una violazione palese dell'articolo 3 della nostra Costituzione, che è il cardine della nostra Costituzione.

 

 

 

Altro punto nel quale si appalesa questa violazione è tutta la partita dell'apprendistato dove il dirigente scolastico ha un ruolo pressoché esclusivo nel definire le convenzioni con questa o quella impresa o ente pubblico e privato con le modalità previste dal comma 40 e attingendo dall'istituendo registro delle Camere del lavoro di cui al comma 41. Altre convenzioni possono essere stipulate "con musei, istituti e luoghi della cultura e delle arti performative, nonché con gli uffici centrali e periferici del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo". Nel primo e anche nel secondo caso andando, come è logico prevedere, anche oltre i desiderata e le attitudini dei discenti. Inoltre si appalesa una chiara disparità di trattamento, questa volta già sancita dalla legge, tra studenti dei tecnici e professionali che faranno 400 ore di scuola-lavoro e studenti dei licei che ne faranno la metà con evidente squilibrio dell'offerta culturale scolastica.

 

 

 

Ma voglio evidenziare anche un vulnus democratico che lede profondamente l'idea democratica basata sul confronto e sulla condivisione/accettazione delle scelte della maggioranza. Saltano di un colpo tutte le norme contrattuali in contrasto con quelle previste dal provvedimento, che sono d'imperio abrogate, quelle sulla mobilità e anche quelle sulla elargizione dei compensi. Si passa da una normativa che prevede la partecipazione democratica al confronto e  alle decisioni, i contratti, ad un'altra che prevede che le decisioni siano prese praticamente da un uomo solo.

 

 

 

Desidero ora evidenziare ancora qualche chicca che si legge nel testo della riforma.

 

Il comma 29 così recita: "Il dirigente scolastico, di concerto con gli organi collegiali,

 

può individuare percorsi formativi e iniziative diretti all'orientamento e a garantire  un maggiore coinvolgimento degli studenti nonché la valorizzazione  del  merito scolastico e dei talenti.". Trattasi di una questione importante della scuola che lavora in cooperativa che non può essere lasciata alla volontà di uno solo. Quel "può" lascia intendere che si può anche non mettere in atto quelle attività destinate a raggiungere obiettivi così determinanti per una buona formazione scolastica. Anche qui il principio costituzionale dell'uguaglianza è interessato perché vi saranno scuole il cui dirigente si attiverà nella direzione di quella maggiore offerta formativa con beneficio dei discenti che le frequentano ed altre scuole dove ciò non accadrà con grave nocumento dei discenti che le frequentano.

 

Il comma 83, richiamato sopra a proposito della chiamata diretta del dirigente scolastico, così recita: "Il dirigente scolastico può individuare nell'ambito

 

dell'organico dell'autonomia fino al 10 per cento di docenti che lo coadiuvano in attività di supporto organizzativo e didattico dell'istituzione scolastica.". Trattasi di uno stuolo di collaboratori sui quali il Collegio non esprime neppure il proprio gradimento che è invece espresso, con molta probabilità sempre ricambiato, e attuato da un uomo solo. Il comma prevede anche che non debbano esserci "nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica", ma sicuramente ci saranno a carico di quella già in dotazione alla scuola che da qualche altra voce di bilancio, forse più produttiva, li deve sottrarre.

 

 

 

Potrei continuare, ma preferisco fermarmi con una osservazione sottolineando che questo del nuovo ruolo del dirigente scolastico è solo un aspetto di una legge che rivoluziona la scuola per lo più in verso negativo. L'osservazione è che il dirigente scolastico dovrebbe essere, così come lo ho interpretato nella mia passata esperienza, il coordinatore di una comunità pensante rivolta al bene comune delle generazioni che si avvicendano nell'istituzione scolastica da lui diretta. Dunque, un primus inter pares e non una longa manus dello Stato che sovrintende a tutto.

 

Auguri dirigenti!

 

5 FEBBRAIO 2015 ABOLIAMO IL VOTO NUMERICO NEL PRIMO CICLO

quando Benedetto Vertecchi interviene a favore dell'abolizione del voto nel primo ciclo d'istruzione della scuola italiana e lo fa insieme a Pietro Lucisano, Raffaele Iosa, Roberto Maragliano, Maurizio Tiriticco, Vanna Cercenà e molti altri donne e uomini che della scuola se ne intendono, penso che il significato sia chiaro: la Legge 30 ottobre 2008, n° 169 che converte con modificazioni il d.l. 1 settembre 2008, n° 137, recante disposizioni urgenti in materia d'istruzione e università, voluta dalla allora ministra Gelmini, qualche vulnus lo presenta e questo è ulteriormente aggravato dalla C.M. n. 10 del 23/01/2009 che lascia ai docenti e alle scuole una certa discrezionalità nell'applicarla. Oltre al danno per i piccoli destinatari della norma, che evidenzia chiari segni d'incompetenza pedagogica, dunque, si aggiunge la confusione. Certo è che tale legge,  la cui applicazione resta molto diffusa nelle scuola primaria, è pedagogicamente pessima per un principio ineludibile in Educazione: la valutazione sommativa, che peraltro è in evidente contrasto con le Indicazioni nazionali che fanno riferimento esplicitamente alla  valutazione formativa, rappresenta un possibile ostacolo alla armoniosa crescita dell'educando in fascia d'età del primo ciclo.

Convinto di ciò aderisco alla meritoria campagna per l'abolizione del voto numerico nel primo ciclo d'istruzione voluta dal M.C.E. e diffondo.

18 gennaio 2015 RICEVO DA MAURIZIO TIRITICCO, COMMENTO E PUBBLICO

Voltaire! Dove sei? Amari pensierini in libertà

Pubblicato Mercoledì, 14 Gennaio 2015 07:34 | di Maurizio Tiriticco

Alla fine della guerra avevo perduto la casa, comunque io e i miei ci eravamo salvati. Nonostante le difficoltà, io e mia sorella riuscimmo a terminare gli studi e io mi licenziai dal Liceo Giulio Cesare di Roma nel 1946. Inutile dire che i primi anni Quaranta furono per me forse molto più significativi degli studi classici: il 10 giugno ’40 entriamo in guerra ed io, balilla convinto, ero certo che in breve tempo con gli alleati germanici avremmo vinto la guerra e liberato il mondo dalla dittatura franco-anglo-americana nonché giudaico-massonico-capitalistico-plutocratica! Poi viene il 25 luglio del ’43 e il balilla convinto entra in una grave crisi. Poi ancora l’8 settembre del ’43… dalla crisi alla faticosa costruzione di una nuova identità! E poi la Resistenza, le Fosse Ardeatine, il 4 giugno del ‘44: Roma finalmente liberata.

E poi il 25 aprile del ’45. E il 9 maggio la Germania finalmente si arrende.

Non mancò al mio impegno culturale e civile, per capire in quale buco nero l’intero pianeta era caduto, quello politico; e la milizia con il Pci mi sembrò la scelta migliore. La battaglia per la Repubblica e per la Costituzione: la prima Costituzione che l’Italia si dava! Lo Statuto albertino era stato una charte octroyée e il fascismo ne aveva fatta carta straccia! E le grandi lotte operaie e contadine, ma l’obiettivo era uno solo: non solo Ricostruire, ma anche Costruire un Paese assolutamente nuovo, fondato sulla democrazia, la giustizia e il lavoro: le parole forti della nostra Costituzione. Poi gli anni Cinquanta, quelli del boom, della Seicento e del frigorifero, del progressivo e non sempre facile consolidamento della nostra convivenza democratica.

Cominciai a insegnare lettere nella nuova scuola media unica ottonnale obbligatoria: una conquista di una grande civiltà. Leggevamo i nostri autori a noi più vicini, e il Piccolo Principe, il Barone Rampante e leggevamo anche le lettere dei condannati a morte della Resistenza le lettere di Gramsci ai figli, per non dire del Diario di Anna Frank. Avevamo anche discussioni vivaci: non dimenticammo i combattenti della Rsi: avevo compagni di scuola e amici che nel ’43 fecero quella scelta a cui non poteva non andare tutto il mio rispetto: “gli amici che sbagliano”. Non erano anni facili e costruire la democrazia nella testa e nel cuore dei nuovi nati non era affatto cosa facile. E ci battemmo anche perché venisse introdotta l’Educazione civica.

Negli anni Sessanta l’intero continente africano si liberava dal colonialismo. Insomma la spinta verso la democrazia era o sembrava molto decisa. Il limite era dato, però, dalla coesistenza dei due blocchi antitetici che dal ‘45, con la nascita della Cortina di ferro, all’89 – quasi mezzo secolo – divise il pianeta in due parti. E dopo il crollo del muro la grande speranza! Che la democrazia, come per incanto, si estendesse per l’intero pianeta.

Ma non è stato così! Gli avvenimenti recenti sono sotto gli occhi di tutti. Emigrazioni di massa stanno mettendo a dura prova la stabilità stessa di Paesi di antica democrazia. E pericolosi fondamentalismi stanno insanguinando regioni anche tra loro lontane, dall’Africa all’Asia minore e non solo. In nome di dio si uccide e si insegna a bambini che uccidere un infedele è la porta del cielo! Sono letteralmente stravolto. Le guerre di religione le abbiamo conosciute a lungo e sofferte in Europa e quanto abbiamo dovuto penare per comprendere ed imporre che non si può uccidere in nome di dio, anzi che non si può e non si deve uccidere! Mai! Mi sono illuso – e chissà quanti altri come me – che il pensiero liberale, o meglio la laicità fosse ormai un dato di fatto, che non esistessero più credenze che prescindessero dalla sacralità di ciascun essere umano, se non di ciascun vivente.

Beccaria sostenne con molto coraggio che la tortura non può e non deve essere lo strumento privilegiato di un processo. Siamo nel Settecento illuminato, quando un pugno di intellettuali ritiene che sia sufficiente pubblicare un’enciclopedia perché tutti possano leggere e capire che di ogni fenomeno c’è una spiegazione, che la ragione è l’unica guida per qualunque nostra azione. Abbiamo sofferto secoli per giungere a conclusioni che da allora costituiscono il fondamento dei nostri rapporti interpersonali, della nostra convivenza democratica. La cultura araba ha prodotto cose grandiose, poeti come Omar Khayyam o Hafez (ho visto la sua tomba a Shiraz, in Iran), matematici e scienziati i cui studi hanno contribuito non poco allo sviluppo stesso del nostro Umanesimo. Possiamo dire che Plotino, Platone e Aristotele siglarono un fruttuoso armistizio nella Firenze di Marsilio Ficino: grazie agli intellettuali bizantini scampati alla caduta di Costantinopoli. Tutta la nostra cultura cosiddetta occidentale deve molto alla cultura araba. A quella stessa cultura che ha prodotto cose grandi, dall’Alhambra di Granada allo zero!

Poi l’involuzione. Poi la chiusura nella ritualità più che nello sviluppo della ricerca? Un interrogativo a cui non so rispondere. E che dire della responsabilità dell’Occidente che del Medio Oriente e, più in là fino allo stesso Afganistan, ha fatto sempre terra di conquista? Sono frettolosi spunti di riflessione. A cui si associano anche constatazioni di fatto: le banlieus parigine – e non solo parigine – non sono nate per caso. Se mussulmani nati e scolarizzati in Francia non si integrano nella società in cui vivono, una o più ragioni ci dovranno essere! Una responsabilità della scuola? Od una responsabilità di un certa struttura socioeconomica, di una politica che non nasce oggi, ma che viene da lontano.

Temo che gridare al fuoco quando non si è fatto nulla – o poco – per evitare le esche, sia tardivo. Ma i tempi per avviare una riflessione seria su un fenomeno così complesso ci sono ancora. Anche perché un esercito non può essere schierato ad aeternum su tutti i punti sensibili. Mi manca, manca a tutti Voltaire!

 

COMMENTO DI MARIO CAROLLA

Avevo 1 mese e 24 giorni quando il 1 settembre del 1939 la Germania nazista attaccò la Polonia e innescò il più grande conflitto mondiale della Storia (qualcuno parla di 60.000 morti). Naturalmente, allora, non mi resi conto di niente! Ma non mi resi conto di niente neppure il 10 giugno del 1940 quando anche l'Italia fascista entrò nel conflitto. Avevo appena 11 mesi e 2 giorni e, dunque, questa mia assenza la ritengo del tutto naturale. Però, come Maurizio era balilla a quei tempi, io, a mia insaputa, ero figlio della lupa. In verità, ero solo figlio di mia madre che amavo moltissimo e di ciò me ne resi conto più tardi, intorno ai tre anni, quando la memoria cominciò a conservarmi i ricordi. Mia madre, docente di lettere, sempre aperta ad ogni idea, non mi faceva pesare quella situazione alla quale gli italiani erano costretti e già da quella tenera età cominciò a istruirmi sulla lingua italiana che oggi ritengo di conoscere abbastanza soprattutto per merito suo.

Degli avvenimenti che seguirono,il 25 luglio del ’43, l’8 settembre del '43, la Resistenza, le Fosse Ardeatine, il 4 giugno del '44 con Roma finalmente liberata e poi il 25 aprile del '45, il 9 maggio del '45, il referendum del '46, l'entrata in vigore della nostra Costituzione della Repubblica il 1 gennaio '48, ho pochi ricordi sfumati perché furono da me solo di striscio percepiti ma senza che ne ricevessi piena coscienza diretta anche se nella mia età infantile e preadolescenziale sentivo nettamente, da qualche notizia radiofonica carpita e anche dai discorsi che si accavallavano in casa tra i miei genitori, che qualcosa d'importante stava accadendo nel nostro Paese. La piena coscienza di quanto era accaduto mi comparve solo da adolescente quando mi accostai prima all'idea liberale e poi da giovane maturo a quella socialista con le letture di Marx, Engels, Gramsci, Russell. L'idea socialista, che mi sostiene ancora oggi, ha determinato poi la mia vita attraverso l'impegno assiduo nel sociale diretto sempre ad affermare la libertà, la democrazia e l'uguaglianza oltre che ad aiutare i bisognosi.

Sbotto, oggi, quando vedo vilipeso il principio di uguaglianza mirabilmente espresso dall'articolo 3 della nostra Costituzione; esso viene vilipeso in innumerevoli occasioni nel nostro Paese e in Europa, che deve essere la nostra seconda patria, e sbotto ancora di più quando a pretesto di un tale insensato vilipendio si pone avanti la fede religiosa. I cristiani, i musulmani, gli ebrei sono figli, per chi crede, di un unico Dio e dunque sono fratelli che non debbono uccidersi tra loro. Se lo fanno sono innanzitutto imbecilli, poi assassini e, a volte, uomini più feroci delle bestie feroci che lo fanno solo per l'istinto di sopravvivenza. Per i laici viene innanzitutto il rispetto dei diritti umani costruiti nei secoli e che hanno visto un mirabile compendio nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre del '48, che ha tratto non poco dalla nostra Costituzione.

Le formazioni sociali tra le quali c'è anche la scuola sono i luoghi dove si svolge la personalità dei singoli e sono dunque luoghi di formazione e di Educazione a quei principi. Se oggi ci lamentiamo che fenomeni degenerativi come quello del terrorismo, albergano anche nelle nostre società occidentali la colpa non può essere attribuita solo alla scuola, ma a tutte le formazioni sociali che sono: le famiglie comunque costituite, le organizzazioni politiche, sindacali, i luoghi di culto, non solo quelli musulmani, le collettività locali e nazionali che trattano la politica e di cultura, quelle che producono le varie forme di informazione e di espressione artistica, ecc.

Se così è la scuola, la migliore che possa immaginarsi, da sola nulla può contro l'imbarbarimento umano. E' più realistico pensare che ogni cittadino, qualunque sia la sua appartenenza etnica, religiosa o linguistica, almeno in Europa che speriamo possa presto diventare Europa dei Popoli, nel suo piccolo operi per l'affermazione di quei diritti umani in ogni consesso in cui viene a trovarsi. Solo così può crescere la speranza che le aberrazioni umane diminuiscano e si annientino.

Naturalmente Voltaire entra a gamba tesa in questo discorso perché egli fu uno dei principali animatori dell'illuminismo e uno dei principali ispiratori del pensiero razionalista e non religioso della modernità le cui idee hanno avuto influenza sul pensiero di molti contemporanei e su quello di filosofi del calibro di Beccaria e Nietzsche che la contemporaneità l'hanno caratterizzata. Forse operando alla luce del loro pensiero qualcosa può cambiare nei rapporti umani.

Non bisogna mai disperare che l'utopia, a volte, possa diventare realtà.

 

12 gennaio 2015 RICEVO DA MAURIZIO TIRITICCO, COMMENTO E PUBBLICO

I fatti di Parigi: la sconfitta della scuola?

di Maurizio Tiriticco

I giovani terroristi che hanno agito a Parigi erano cittadini francesi, scolarizzati in scuole francesi fin da piccoli. Mi domando: in un Paese democratico e in una scuola altrettanto democratica, com’è possibile che non si sia riusciti a educarli alla convivenza civile e all’accettazione di quel pluralismo religioso che potrebbe costituire un arricchimento e non un limite per la crescita/sviluppo di ciascun cittadino, di qualsiasi etnia (non razza, ovviamente) e credo religioso?
Non siamo al tempo delle guerre di religione. Un contesto democratico ospita e accetta qualsiasi credenza. O così dovrebbe essere. E un credo religioso non dovrebbe confliggere con quel contesto socioculturale in cui ciascuno è libero di professare le idee e la fede che liberamente decide di far proprie. A meno che il contesto socio-culturale non sia più forte rispetto a ciò che una scuola promuove o dovrebbe promuovere. Mi chiedo: forse il contesto reale in cui i tre sono cresciuti è tale da non comprendere, non accettare, e rifiutare di fatto determinate credenze religiose? Lo pongo come quesito, nell’ambito, forse, di una ricerca socioantropologica. Io non so dare risposte. Avanzo solo dei dubbi.
La religione, qualsiasi religione – almeno le tre monoteistiche che interessano l’Europa e parte degli altri continenti – è in primo luogo rispetto per l’altro – non parliamo di amore, parola troppo grossa – è solidarietà con l’altro ai fini della tenuta costante e dello sviluppo di una convivenza pacifica e produttiva. Se è così, allora mi chiedo: perché tanto odio da parte di alcuni verso la società dei Lumi e di quella Rivoluzione che ha aperto le porte all’affermazione della convivenza democratica, oggi vigente in larga parte del pianeta?
La conclusione sarebbe amara: sembra, infatti, che un contesto sociale “malato” sia più forte di una scuola, anche se “buona”. E’ l’intera società francese, allora, che si dovrebbe interrogare. E anche tutte le società di questa vecchia Europa che oggi deve far fronte a un fenomeno immigratorio che non ha paragoni con il passato. I barbari di un tempo si integravano nelle leggi e nei costumi delle società che via via andavano occupando. E lo sviluppo civile – salvo i danni delle iniziali invasioni – riprendeva e anche con maggior vigore.
Si tratta di interrogativi che sono a monte di qualsiasi iniziativa politica e sociale oggi la Francia – e domani forse altri Paesi europei – debba assumere. I fatti di Parigi segnano forse la sconfitta della scuola? I giovani terroristi che hanno agito a Parigi erano cittadini francesi, scolarizzati in scuole francesi. Mi domando: in un Paese democratico e in una scuola altrettanto democratica, com’è possibile che non si sia riusciti a educare questi giovani – e quanti altri vi saranno – allo spirito collaborativo? Alla convivenza civile? Un credo religioso non confligge con il contesto socioculturale in cui ciascuno è libero di professare le idee e la fede che liberamente decide di far proprie. A meno che il contesto socio-culturale non sia più forte rispetto a ciò che una scuola produce o dovrebbe produrre. Quello che è accaduto e accade frequentemente nelle banlieue delle grandi città della Francia è il segnale di un disagio sociale profondissimo che forse il governo non affronta come dovrebbe: forse in forza di ragioni politiche sulle quali occorrerebbe, invece, discutere.
E forse il contesto reale in cui i tre sono cresciuti è tale da non permettere, non accettare, emarginare di fatto la presenza attiva di determinate credenze religiose? E’ un interrogativo su cui occorre riflettere, perché la risposta non è semplice. Mi chiedo: i tre giovani che hanno ucciso e si sono immolati per l’Islam sono l’esito di una follia individuale o sono la punta dell’iceberg di una situazione della quale dobbiamo prendere atto? E prima che sia troppo tardi! Il rischio che l’Isis possa fare proseliti c’è ed è un cosa seria.
La responsabilità dell’educazione è grande, ma quella del contesto reale è ancora più grande. E la politica, purtroppo, ha sempre la meglio sull’educazione formale, su quello che si insegna e si apprende sui banchi di scuola. Politique d’abord! Come dicono, appunto, i Francesi!

 

 

COMMENTO DI MARIO CAROLLA

I fatti di Parigi inducono certamente ad una riflessione profonda sui tempi che viviamo. L'Educazione ("E" maiuscola) è lo strumento che può evitare fenomeni degenerativi come quelli del terrorismo, ma spesso Essa non arriva ai destinatari o perché risulta inefficace di fronte a sollecitazioni più pregnanti alle quali essi sono soggetti o perché i destinatari la rifiutano (dispersione scolastica, evasione, ecc.). Certo è che le frange più estreme dei fondamentalismi islamici, i terroristi, di educazione (questa volta con la "e" minuscola) ne hanno ricevuta tanta e molto più efficace di quella che può fornire un'istituzione pubblica come la scuola anche in Francia. In primo luogo, i terroristi, in nome di Allah, sono votati alla morte per la chimera premiale che viene offerta loro dopo di essa, dunque, più che educati sono plagiati e di fronte ai plagi di qualsiasi genere la ragione può poco quanto niente; poi, essi sono addestrati a sorprendere le vittime, spesso prese a caso e senza alcuna pietà per il solo fatto che appartengono ad altra ideologia. Ciò li rende non simili alle bestie perché giustamente gli animalisti avrebbero molto da ridire, ma come ha detto qualcuno in questi giorni neppure paragonabili alle bestie più feroci.

La lotta contro questo nemico rapace e irrazionale, che sembra inarrivabile, è dura ma va portata avanti con grande determinazione senza fare arretrare la libertà, la democrazia e l'intera sfera dei diritti conquistata nel mondo occidentale. Non è l'Islam sotto accusa, ma sono quelle frange dell'Islam che cedono alle aberrazioni umane che, naturalmente, con una umanità ancora neonata rispetto ai tempi geologici e alle altre specie viventi, sono inevitabili. Ricordava Scalfari nell'editoriale di ieri sulla Repubblica che anche il cristianesimo nella storia si è macchiato di crimini orribili in nome di Dio (l'inquisizione, le Crociate, ecc.), ma fortunatamente oggi con papa Francesco la Chiesa cattolica ha aperto la strada al cristianesimo e alle altre religioni monoteiste per mettere in atto un salto di qualità straordinario ancorché lentamente costruito nel passato recente da altri suoi predecessori: tutte le religioni monoteiste sono sullo stesso piano, perciò, è naturale concludere che i popoli che pregano il Dio dei cristiani o Allah o il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe degli ebrei in fondo pregano lo stesso Dio, essendo Dio unico, e, dunque, non possono che essere uniti nella ricerca della speranza.

In realtà i popoli che pregano lo fanno ancora quasi sempre ognuno per conto proprio e spesso le ideologie sono così forti che portano alle aberrazioni richiamate sopra da una parte, dall'altra e dall'altra ancora (le guerre politico-religiose nella storia anche recente ne sono la prova tangibile).

Maurizio pone tanti interrogativi importanti sulla vicenda di Parigi e si chiede e ci chiede: "E forse il contesto reale in cui i tre sono cresciuti è tale da non permettere, non accettare, emarginare di fatto la presenza attiva di determinate credenze religiose?".

Io credo proprio di si e spero solo che il mondo prima o poi apra gli occhi di più sulle disuguaglianze che ancora oggi determinano ineffabilmente le vicende umane e si lasci abbagliare meno dalle ideologie negative proprie di una parte della metafisica tradizionale.

L'integrazione dei popoli è l'unica via da percorrere!

10/11/2014 LA "BUONA SCUOLA"

In principio era la Costituzione… Non per “La buona scuola”.

Il progetto di riforma ad alcuni critici appare addirittura vecchio nell’impostazione (l’ironia della storia contro il giovane rottamatore), tanto da cumulare senza apparente logica tutte le proposte susseguitesi dal ministero Berlinguer ad oggi, a partire dal collegamento tra l’obbligo di formazione e gli aumenti salariali, proseguendo con la privatizzazione del finanziamento alle istituzioni scolastiche e la trasformazione della figura del dirigente scolastico da garante della legalità  a manager con diritto di assunzione diretta dei docenti e benefit economici derivanti dai risultati ottenuti (bentornato ddl Aprea!).

A ben guardare, invece, ai fini di una valutazione complessiva della proposta, anche alla luce della sua parte finale, che molto insiste sul necessario ricorso a fonti di finanziamento private, l’asfittica mancanza di orizzonti ideali che si respira nel documento è figlia di una filosofia ben determinabile, lontana anni luce dall’idea costituzionale di scuola come bene comune, una scuola per tutti e per ciascuno (cittadino, persona, lavoratore), ascensore sociale, come vuole l’art.3 della nostra Carta, potente strumento di emancipazione e di costruzione egualitaria della cittadinanza. Ancora una volta, invece, ci viene ripropinata, tra un inglesismo e l’altro, un’idea di scuola che è pur sempre quella, vista e rivista negli anni recenti, tipica delle correnti di pensiero neoliberista (sarebbe interessante, ad esempio, confrontare “La buona scuola”,  tanto nell’impostazione di fondo quanto in singoli passaggi, con le più recenti proposte confindustriali in tema di istruzione e formazione). E, mentre il neoliberismo appare palesemente in crisi (l’invisibile mano del mercato ha ridotto o allargato la forbice delle disuguaglianze?), si continua a voler realizzare un sistema di istruzione e formazione del tutto subalterno alle ragioni del mercato, e che riproduce, persino nel suo modo di esprimersi, schemi mentali ed organizzativi propri dell’azienda e dell’impresa. Si veda, ad esempio, a proposito di alternanza scuola-lavoro, l’enfasi posta sulla “formazione congiunta”, attraverso lo strumento della co-progettazione (la responsabilità dei percorsi non rimarrebbe in capo alla scuola ma finirebbe per risultare subalterna agli interessi delle imprese); l’alternanza, nel documento, è concepita essenzialmente come risposta ai fabbisogni professionali del territorio e perde la sua forte intenzionalità educativa generale. Noi, invece, ci ostiniamo a volere la scuola quale è prefigurata dalla Costituzione della Repubblica (in particolare dagli artt.3, 33 e 34), palestra e laboratorio di cittadinanza libera, attiva, consapevole, piuttosto che anticamera del mercato.

 

In principio era la democrazia sostanziale… Poi venne la demagogia.

Prioritaria ci sembra la questione del coinvolgimento dei vari soggetti interessati alla eventuale riforma. Certo, mediaticamente, sostenere che “per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero” ha il suo indubbio, e demagogico, fascino. Sessanta giorni in cui si ascoltano tutti (pare), genitori, nonni, fratelli e sorelle maggiori, sindaci, investitori, e, ovviamente, “tutti gli innovatori d’Italia”, perché questa possa diventare “la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora” (aperta parentesi: chi non ricorda la vecchia barzellettadel più grande statista italiano degli ultimi 150 anni? Chiusa parentesi).

Bene. Sulle modalità di consultazione sul web qualche osservazione critica è già emersa: la corretta rilevazione delle risposte non viene affatto garantita, per il semplice motivo che la medesima persona può esprimere più volte il proprio parere. Quanto all’offline la situazione è ancora più imbarazzante. E stiamo parlando dell’azione di disseminazione territoriale (sic!) con cui il MIUR ha cercato di favorire il dibattito tra gli studenti nelle scuole, il famigerato “Kit per facilitare la discussione”. Della serie: “Ragazzo, 136 pagine di documento sono troppe per il tuo cervello, e dunque i tuoi rappresentanti dell’Ufficio di Coordinamento Nazionale delle Consulte Provinciali Studentesche ti hanno fatto il favore di bignamizzartele, e di raccontarti quali sono i punti principali”. Con buona pace del pensiero critico e dell’autonomia di giudizio; insomma, ti dico su cosa devi riflettere, e ti offro anche qualche consiglio sul come devi farlo. Conviene scegliere un argomento di discussione per volta, o, al massimo, un capitolo del rapporto (e certamente: frazionato nelle sue singole componenti il documento risulta meno criticabile nella sua totalità ideologica, e solo opportunisticamente emendabile); mantenere corto il tempo degli interventi, massimo 5 minuti a testa (e certamente: basta con questo assemblearismo inconcludente, qui si decide e basta! Due mesi per la nazione, 5 minuti per Pierino!); sintetizzare le proposte emerse dalle assemblee in pochi caratteri (stile i 180 di un sms). Anzi, al momento di caricare i risultati del dibattito sul sito governativo il giovanilismo dei nostri quarantenni ministeriali scoppia incontrollato: si possono inserire fino a un massimo di 10 proposte (e hanno ragione: ti abbiamo chiesto di dire sì o di emendare, mica di criticare a fondo!); la proposta deve avere un titolo e una descrizione breve, un po’ più lunga di un tweet (eccoci finalmente all’adorato cinguettio!), e però in compenso ci puoi aggiungere uno o più tag, e inviare la foto delle lavagne o dei poster su cui hai preso appunti (che poi te li pubblichiamo in una apposita galleria!). E siccome il tutto deve essere “divertente” (stiamo ancora citando) il MIUR, bontà sua, ti suggerisce, caro studente improvvido, anche concrete modalità organizzative, “modi di confronto e deliberazione” che puoi esperire da singoli oppure “remixati” . E vai di anglolalia patologica: Mailbox Post, o Post-it, o Moot Court, o Unconference, o BarCamp, o Co-design jam. Insomma, una concezione di democrazia telecomandata che non ci lascia tranquilli sull’idea di studente-cittadino attivo, critico e responsabile che una scuola “veramente” buona dovrebbe contribuire a formare.

Il confronto vero, aperto, libero e frontale pare proprio che non sia nelle corde di questa classe dirigente. Parliamo del “Buona Scuola Tour”: Direttori di Dipartimento, Capi Gabinetto MIUR, Dirigenti USP in giro per l’Italia a disseminare, stimolare la riflessione e la discussione, raccogliere idee, confrontarsi con cittadini e operatori della scuola. Nelle intenzioni, forse. Non così nella realtà di tante esperienze locali, in cui l’incontro si è tradotto nella solita parata istituzionale (i saluti delle autorità) e in imbarazzanti esibizioni autoreferenziali di dirigenti scolastici, o in cui si è addirittura negata la parola a docenti che avevano chiesto di intervenire, o in cui, quando pure lo spazio è stato concesso, il cerimoniale imponeva tempi massimi di 3 minuti e l’obbligo di comunicare anticipatamente le eventuali domande e osservazioni critiche. Ci pare evidente che la consultazione vera non possa avvenire in contesti in cui non venga garantito uno spazio reale e paritario per la discussione e il confronto.

 

Come ti rilegifico lo status giuridico del docente.

Alla fine, insomma, non ci si stupisce più di tanto, nel senso che è fortemente in linea con l’impostazione generale dell’idea di governo del nostro Presidente del Consiglio ( e cioè la volontà di ridurre il peso politico e rappresentativo dei corpi sociali intermedi), del fatto che in questa vantatissima consultazione collettiva non siano affatto valorizzate, per non dire che siano invece programmaticamente escluse, le associazioni professionali del mondo della scuola e le organizzazioni sindacali. E invece risulta evidente che su un terreno come questo non è possibile considerare il sindacato un soggetto come tutti gli altri, se non addirittura inutile e dannoso, in base al retro-pensiero che la situazione presente della nostra scuola sia imputabile soprattutto ai sindacati, lasciando sullo sfondo le responsabilità di una classe politica che ha regalato alla scuola statale un definanziamento del 7/8% nel quinquennio 2008-2013, con i 140.000 operatori scolastici in meno, tra docenti e ATA; e che continua ad investire in istruzione e formazione il 4,9% del suo PIL (un punto in meno della media dei paesi OCSE, che fa la bella somma di 17 miliardi di euro).

E invece il governo pensa di mettere mano agli ordinamenti dei docenti e dei diritti e doveri del personale della scuola al di fuori del contratto di lavoro ed escludendo il sindacato dal confronto. Un esempio banale, ma estremamente indicativo dello spirito e del metodo: pensavamo di esserci liberati, qualche governo fa, della sciagurata ipotesi di un incremento delle ore di servizio a parità di salario. Ebbene, ci provano ancora. Nelle attività individuali della funzione docente ci possiamo infilare di tutto, anche la creazione di suggestive (almeno nominalmente) banche ore. Il  testo è affascinante nella sua spudoratezza: il tema riguarda “le ore che ciascun docente <guadagna> (e che così <restituirà> alla scuola) nelle giornate di sospensione didattica deliberate ad inizio d’anno dal Consiglio d’Istituto (…). Di fatto, pochissime ore l’anno (…) ma che costituiscono un <patrimonio> estremamente utile per la scuola”. Insomma siamo al fondo del barile, alla negazione di un diritto formalmente legato all’autonomia delle singole scuole rispetto al calendario scolastico.

Pretesa inaccettabile, da respingere con forza al mittente, è, per noi, anche solo l’idea di tornare a sottomettere alla politica, alle maggioranze di turno e a norme rigide di legge, o a decreto, la regolazione dello status giuridico dei docenti, e temi quali l’orario, l’organizzazione del lavoro, la mobilità, il sistema delle retribuzioni e quello dei diritti e delle tutele di categoria, che sono, e devono restare, temi esclusivamente negoziali, da gestire, ai suoi vari livelli, in fase di contrattazione.

 

Chi paga?

Il documento governativo non prevede alcun piano di investimenti pluriennali, al punto da essere addirittura costretto a giudicare inevitabile l’intervento dei privati a sostegno dell’offerta formativa. I costituzionalisti (art.117) si tappino le orecchie ma noi leggiamo la candida ma sfacciatamente apodittica  affermazione: “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola”. Amen. E dunque nessun impegno neanche sul rinnovo del contratto, fermo da 7 anni per la parte normativa e da 5 per quella salariale (con perdita effettiva media, per docente, di 11.070 euro); anzi, blocco degli scatti di anzianità a partire dal 2015, e nessuno scatto di competenza (quelli del presunto “merito”, per intenderci) fino al 2018. Ecco allora come i conti tornano: è proprio questa specie di riduzione programmata del salario attuale (abolizione dei gradoni e niente in cambio per i successivi tre anni) che consente a Renzi il Generoso di promettere la stabilizzazione del MOF (Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa), ridottosi di più del 50% dal 2010 ad oggi.

 

L’organico funzionale: il piatto forte?

Il contenuto più seduttivo del documento consiste nelle 148.000 assunzioni a tempo indeterminato di personale oggi precario ed inserito nelle Graduatorie ad Esaurimento (GAE). In parte coprirebbero l’organico di diritto e di fatto (organico di cattedra: cattedre intere e spezzoni ora coperti da supplenze annuali o fino al termine delle lezioni); in parte andrebbero a costituire l’organico funzionale, su una scuola o su una rete di scuole (ma non si evince, in ogni caso, il criterio della differenziazione).

La motivazione reale della proposta, in verità, sembra venire più da paventati interventi della Corte di Giustizia Europea, che minaccia procedure di infrazione all’Italia per l’uso indiscriminato del tempo determinato per i docenti precari, che da una volontà politica di migliorare l’offerta formativa della scuola statale (il che in effetti è confermato, indirettamente, e silentio, dall’assenza, nel documento, di qualsiasi iniziativa in merito ai precari ATA). Altro obiettivo palese sembra poi la soluzione del problema delle supplenze brevi, ottenuta garantendo il massimo di autocopertura della spesa. A parte il fatto che non si tratta dell’uovo di Colombo, dato che i docenti non si assentano “a scacchiera”, con coperture cioè completamente programmabili, resta, prioritaria, la considerazione che molti di questi docenti vedrebbero la loro dimensione professionale ridotta ad un ruolo di occasionali “tappabuchi” che niente ha a che fare con ciò cui dovrebbe essere “funzionale”, appunto, l’organico funzionale. E cioè ampliamento dell’offerta formativa, superamento delle lezioni frontali, generalizzazione della scuola dell’infanzia, compresenze, interdisciplinarietà, recuperi, individualizzazione dell’insegnamento, laboratori. L’impressione, insomma, è che si sia davanti alla classica operazione di spicciola ragioneria.

E non basta. In sostanza si propone ai precari un vero e proprio ricatto: la dovuta immissione in ruolo è concessa solo dietro rinuncia alle garanzie di cui godono oggi i loro colleghi a tempo indeterminato relativamente alla stabilità del posto e delle condizioni lavorative (possibilità di essere utilizzati su discipline affini e/o in provincia/regione diversa). Come dire: non siamo neanche a livello del tanto discusso contratto a tutele crescenti. Le tutele, all’inizio, non ci sono affatto.

E ancora non si capisce bene la futura sorte degli abilitati non inclusi nelle GAE, né se è davvero possibile pensare all’abolizione della terza fascia di istituto, alla quale, in assenza di docenti abilitati in numero sufficiente, si dovrà ricorrere almeno per qualche anno ancora.

 

60 euro: il piatto di lenticchie.

Basta con l’appiattimento professionale in carriera. Spazio al dinamismo e alla nuova parola magica, il merito, che finalmente applicata anche alla pubblica amministrazione (Brunetta docet) ci farà uscire tutti dal grigiore dei trattamenti indifferenziati. Aumenti ogni tre anni, ma solo per i 2/3 dei docenti di ciascuna scuola. Al di là di un paio di passaggi in cui si dice che il nuovo sistema di progressione di carriera non si fonderà più “soltanto” sull’anzianità ma “soprattutto” sul riconoscimento di impegno e meriti, la realtà nuda e cruda è la totale cancellazione del criterio dell’anzianità di servizio e dunque dell’esperienza professionale maturata (secondo i dati OCSE ricordiamo sommessamente che l’anzianità, in tutti i paesi, ha comunque un peso nei percorsi della carriera dei docenti, ed anzi nel caso italiano, dove gli scatti di anzianità sono assai distanti tra loro – ogni 6/7 anni -, la progressione è molto lenta rispetto al resto d’Europa).

L’aspetto inquietante è che dietro la presunta riforma meritocratica della carriera si nasconde l’imbroglio della effettiva riduzione delle retribuzioni. Le mistificazioni, in proposito, del documento, sono diverse, a partire dalla pubblicazione di tabelle stipendiali di riferimento che sono “lordo Stato” (con valori dettagliati per qualifica) e non “lordo dipendente”, quasi a voler creare ad arte nell’opinione pubblica l’idea che le retribuzioni dei docenti siano molto elevate. E le carte si mischiano ancora attraverso l’utilizzo di valori “netti dipendente” ( con valori medi di categoria) per i nuovi aumenti triennali; e come se non bastasse la tabella del documento propone uno schema che utilizza una progressione di aumenti ogni tre anni, mentre in realtà il fatto che solo il 66% dei docenti potranno accedere agli aumenti in un triennio dovrebbe invece far ipotizzare che la possibilità generalizzata è che possano essere effettivi solo due aumenti, e non tre, ogni 9 anni.

Facciamo due conti, e lavoriamo su una base di quattro sequenze reiterate di aumenti triennali fino al raggiungimento di 42 anni di anzianità: il professor Renzi  1, che procede su base SI-SI-NO (scatto dopo tre anni; scatto dopo sei anni; niente scatto al nono anno); il professor Renzi 2, che procede su base SI-NO-SI (scatto dopo tre anni; niente scatto al sesto anno; scatto dopo nove anni); il professor Renzi 3, che procede su base NO-SI-SI (niente scatto al terzo anno; scatto dopo sei anni; scatto dopo nove anni); il professor Renzi Matteo, che, siccome è il più bravo e “creditato” di tutti, procede come un treno su base SI-SI-SI (14 scatti, uno ogni tre anni). Bene, i calcoli ci dicono che la retribuzione lorda totale che i professori Renzi 1, 2 e 3 percepiranno a fine carriera sarà sempre inferiore alla retribuzione lorda totale che percepirebbero se rimanesse in vigore l’attuale sistema degli scatti di anzianità. Interessante, vero? Sempre al lordo, il professor Renzi 1 sarebbe sotto di euro 72.963; il professor Renzi 2 di euro 88.004; il professor Renzi 3 addirittura di euro 105.359. E qui l’assurdo rischia di farsi kafkiano, visto che il sistema è così balordo da generare vistose differenze retributive anche tra colleghi che percorrono una onesta carriera professionale del tutto omogenea, al ritmo di due scatti ottenuti ogni tre possibilità offerte. Ma tant’è. Solo nel caso del super professore Renzi Matteo (14 scatti di competenza ottenuti su 14 possibilità offerte)si riuscirebbe ad avere un vantaggio retributivo rispetto all’attuale sistema: sempre al lordo, a fine carriera, un incremento di euro 21.910, che si traduce in una media annuale di euro 521, mensile di euro 43.  E comunque basterebbe che il professor Renzi Matteo, magari bloccato alla Leopolda, non riuscisse ad ottenere uno solo dei suoi primi sette scatti di competenza che la somma totale delle sue retribuzioni lorde tornerebbe anch’essa, per magia, ad essere inferiore a quella degli attuali gradoni.

L’ipotesi del nuovo sistema, quindi, prevista tutta fuori dal contratto, compreso il compenso, è fatta insomma a costo zero, con il solo spostamento di poste contrattuali. Anzi, pur realizzando una sequenza di aumenti che premiano le anzianità minori, di fatto finisce per ottenere un risparmio medio sulle retribuzioni (lo paga il corpo docente) che può arrivare fino al 6,5%. Le lenticchie si sono bruciate.

 

E se pure non fosse un piatto di lenticchie…

Il meccanismo degli scatti di competenza resta comunque improponibile, tanto più se rinchiuso all’interno di una singola istituzione scolastica. Esemplifichiamo. Se fossimo in una scuola rispondente ai canoni che ha in mente il governo, dove tutti i docenti si aggiornano (crediti formativi), ottengono strabilianti risultati nel lavoro d’aula e di innovazione didattica (crediti didattici), e concorrono parimenti al miglioramento organizzativo della scuola (crediti professionali), il 33% dei docenti non potrebbe in ogni caso accedere agli aumenti, mentre invece il 66% dei docenti di una scuola in cui il credito medio del corpo docente è numericamente inferiore (sempre ammesso che ciò corrisponda ad una effettiva inferiore qualità dell’istituzione scolastica) potrà farlo tranquillamente. Insomma il docente della nostra scuola A, giunto a fine campionato triennale al di sotto della linea rossa del 66%, o si demotiva completamente, o apre la caccia all’ultimo credito disponibile (sarebbe malaugurata l’ipotesi, ma non irrealistica, di un vero e proprio mercimonio nel sistema della certificazione dei crediti formativi), o (e qui il vero colpo d’ala degli estensori del documento) si trasferisce nella nostra scuola B, dove non avrà problemi ad ottenere il prossimo scatto. Con buona pace, ancora una volta, della qualità dell’insegnamento e della continuità didattica.

Resta improponibile, dicevamo, perché fondato su una impropria competizione, ed eccessivamente punitivo per gli esclusi. E perché deleterio per la vita interna della scuola e per la comunità scolastica tutta: finirebbe infatti per innescare micidiali meccanismi di competitività proprio in luoghi dove si richiederebbe invece il massimo di collaborazione, condivisione e cooperazione. I docenti del 34% sarebbero ufficialmente vissuti come docenti di serie B, con conseguenze pesanti dal punto di vista della reputazione, agli occhi di studenti e famiglie, e da quello della propria dignità professionale.

La soglia del 66% è manifestamente arbitraria, non rispondendo ad alcuna logica qualitativa ma a banali esigenze contabili. La soluzione migliore sarebbe l’abolizione di qualsiasi competizione, e la definizione di una soglia (“punteggio”?), raggiunta la quale lo scatto (inteso ovviamente solo come  meccanismo di accelerazione, su base volontaria, all’interno della attuale progressione di anzianità) avverrebbe comunque, a prescindere cioè da quantità o proporzioni artatamente predeterminate. L’eventuale introduzione di un sistema di crediti è uno di quei temi che deve essere necessariamente argomento di discussione in sede negoziale, e comunque preceduto da un ampio dibattito con la categoria.

Non si può, ad esempio, ignorare la delicatezza della questione della definizione dei crediti didattici. Chi giudica? Come giudica? E cosa giudica? Se il governo ascoltasse le associazioni professionali dei docenti magari saprebbe che è diffusa la convinzione che non possono essere i risultati degli allievi (magari INVALSIcentrici) l’indicatore principe da utilizzare. Magari saprebbe, come noi sappiamo, che ottenere risultati positivi e introdurre innovazioni nelle scuole “bene”, ben gestite ed insistenti su territori culturalmente ed economicamente dinamici è decisamente più facile e meno faticoso.

 

Valutazione di sistema e rendicontazione.

L’equazione governativa è autonomia = responsabilità. E responsabilità = valutazione. E possiamo pure essere d’accordo. Ma il quadro complessivo del discorso non è coerente con questi obiettivi solo enunciati. Si ha un bel dire che il sistema non mira a “premiare la scuola migliore” quanto a “sostenere la scuola che si impegna di più per migliorare”. Il quadro normativo di riferimento resta in ogni caso il discutibilissimo Sistema Nazionale di Valutazione, i cui parametri vengono proposti per la stesura del documento di autovalutazione della singola scuola da parte del Nucleo di Valutazione Interno, operazione che rappresenta l’avvio del processo di valutazione. E i parametri sono (citiamo): ambienti di apprendimento; apertura verso il territorio; livello e qualità di quello che gli studenti avranno imparato; elementi socio-economici di contesto; se gli apprendimenti degli studenti incidono sulla loro scelta di proseguire gli studi o sulle loro chance di trovare un lavoro; se i risultati di apprendimento fra le classi e dentro le classi siano equi o meno. In definitiva avremmo la centralità della valutazione degli apprendimenti rilevati attraverso prove standardizzate (modello INVALSI), e dei dati presenti nel portale “Scuola in chiaro” relativi a risorse strutturali e regolarità del percorso scolastico degli studenti. Nessuno sforzo che sia teso ad individuare i livelli essenziali delle prestazioni scolastiche, a rendere l’INVALSI realmente autonomo rivedendo radicalmente la funzione dei test, a sganciare la valutazione dei risultati di sistema dai processi di valorizzazione del personale, a ricentralizzare il ruolo del servizio ispettivo, attualmente inefficiente perché privo di personale, ed invece unica indispensabile garanzia di terzietà ed omogeneità in un sistema che altrimenti rischierebbe di frantumarsi in un dispersivo fai da te delle singole scuole.

Se non con queste garanzie anche la valutazione e la trasparenza rischiano di trasformarsi in una sorta di classifica della qualità degli insegnanti ad uso e consumo delle famiglie; se insomma è giusto che l’Istituzione abbia un quadro delle competenze e delle capacità dimostrate dai propri docenti non lo è affatto che questo si traduca in un registro pubblico degli insegnanti attraverso cui qualificare la scuola. E dunque riteniamo inaccettabile la istituzione del registro nazionale dei docenti, che sembra essere la porta aperta ai fautori della chiamata diretta dei docenti da parte delle singole istituzioni scolastiche. Ritornerebbe il rischio (da destra ne avevamo già sentito parlare, da sinistra ancora no) di creare tante scuole diverse che discriminano sulla base dell’orientamento ideologico, o più banalmente appiattite sulla visione educativa della dirigenza, in palese violazione della libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione.

Pericolosa risulta anche la prospettiva della quota premiale di parte del MOF da destinare alle scuole virtuose (buon esito del piano di miglioramento triennale), in barba, ancora una volta, al principio costituzionale delle pari opportunità; sarebbe invece necessario prevedere interventi correttivi/compensativi proprio per le scuole non virtuose (fallimento parziale o totale del piano di miglioramento triennale), altrimenti si premierebbero solo territori a forte capitale sociale ed economicamente trainanti. Inutile sottolineare in proposito che l’ipotesi di legare una retribuzione premiale dei dirigenti al livello di miglioramento raggiunto è l’ennesima autoattribuzione governativa di una prerogativa squisitamente contrattuale.

 

Personale ATA e DSGA.

Semplicemente non pervenuti. Passiamo avanti.

 

Dirigenti scolastici e organi della rappresentanza.

Nel documento manca un modello chiaro di  “buona governance”, peraltro in contraddizione con le dichiarazioni di principio che vorrebbero una leadership più educativa che gestionale, più legata, insomma, alla promozione della didattica ed alla qualificazione dell’offerta formativa. Ed invece tutto sembra ruotare intorno alla figura del dirigente manager e della sua “squadra” (ebbene sì, anche il linguaggio è aziendalistico), a partire dall’ineffabile docente Mentor, di professione supereroe (nella buona scuola arriva dalla tradizione anglosassone anche lui, o più banalmente da quella omerica?). Il Mentor è instancabile e tuttofare: segue la valutazione, coordina la formazione, accompagna i tirocinanti e valorizza le risorse umane nell’ambito della didattica. Stipendio tabellare, più scatti di competenza, più indennità di posizione: insomma, il bersaglio perfetto dell’invidia generale (dice il documento che solo 1 docente su 10 sarà Mentor, ma, si sa, neanche di Marchionne ce ne sono tanti).

Il dirigente-capo, intanto, potrà, in totale solitudine, e cioè senza confronto alcuno con chicchessia, scegliere tra i docenti coloro che coordinano le attività di innovazione didattica, la valutazione o l’orientamento; noi sappiamo, però, che questo dirigismo è proprio il contrario del clima di responsabilità diffusa che è l’unico premiante in un sistema organizzativo che si occupa di educazione, e per di più a forte autonomia professionale come quello scolastico, in cui il processo si inceppa e i risultati non arrivano se i coordinandi non sono messi in condizione di condividere la scelta del loro coordinatore, o almeno di discuterla. E c’è di più: attingendo fino al 10% della quota MOF che spetta alla sua scuola, il dirigente, queste figure di coordinatori, potrà anche premiarle economicamente. Più o meno inevitabile la deriva personalistica o familistica di queste retribuzioni che si configurerebbero come vere e proprie regalie.

In questo quadro appare debole, poco chiara, e rinviata ad un imprecisato domani, la definizione dei nuovi organi collegiali, riproposti nel documento in termini ancora ambigui o indefiniti, o, a volte, pericolosamente enigmatici, come nel caso in cui si ipotizzano per ciascuna scuola, in nome dell’autonomia, oltre alle consuete, altre forme di rappresentanza significativa per migliorare la governance con attenzione alle proprie specificità. Siamo ormai al fai da te anche della rappresentanza.  Eppure qualcosa di più sostanziale si intuisce. Si parla del bisogno di “un maggiore coinvolgimento del territorio di riferimento”, ma se poi si ripensa al capitolo dedicato alla necessità di risorse private nel finanziamento delle scuola, il rischio è che si passi presto dal Consiglio dell’Istituzione scolastica ad un sano Consiglio di Amministrazione, con tanto di potere di indirizzo, e strategico, generale. Il taglio decisionista è comunque palese, ed ancora una volta rappresentativo della modalità con cui questo governo ha deciso di confrontarsi col paese reale e con le sue rappresentanze: “collegialità non può più essere sinonimo di immobilismo, di veto, di impossibilità di decidere alcunché”. Insomma, se un premier può non ascoltare un milione di lavoratori in piazza, un dirigente scolastico può benissimo non ascoltare 50 docenti in un collegio.

 

È arrivata la Befana…

Se le risorse pubbliche per la scuola sono poche, il problema non è di come recuperarle, e di come trasformare una dichiarazione di principio (“l’investimento nella scuola non deve essere considerato solo una voce di spesa della PA, ma uno sforzo di tutto il Paese nel costruire il suo futuro”) in una coerente modifica delle priorità nella nostra politica economica. No. La risposta è: “attrarre sulla scuola molte risorse private”. E via con una serie di incentivi economici (si indovini in che lingua!) alle imprese, che riceverebbero in cambio anche la certificazione di struttura accreditata per l’alternanza scuola-lavoro. Lo Stato rinuncia a garantire un livello essenziale di prestazione (LEP) in materia di istruzione e formazione su tutto il territorio nazionale, e santifica l’ingresso dei finanziatori privati, che non potranno non condizionare le scelte educative delle singole scuole, orientandole, se non piegandole, alle loro esigenze d’impresa. La conseguenza scontata sarebbe una nettissima differenziazione tra scuole di serie A (collocate in zone più favorevoli, con un’utenza più abbiente o con maggiori capacità imprenditoriali) e scuole di serie B, secondo una logica che contrasta nettamente con lo spirito dell’art.117 della nostra Costituzione.

Sospetta appare anche l’accelerazione dell’ipotesi di trasformazione dell’istituzione scolastica in Fondazione o Ente dotato di autonomia patrimoniale (già oggi, infatti, il DM 44/2001 consente alle scuole di ricevere denaro e beni); o addirittura l’auspicio di generalizzare a tutti i tipi di istituzione scolastica la possibilità di produzione in conto terzi (attività di Impresa Formativa Strumentale). Non ci piace questa massiva curvatura della scuola sulle esigenze del feticcio-mercato; la scuola è e deve rimanere una Autonomia della Repubblica, funzionale all’istruzione intesa come bene comune e diritto sociale.

 

Quisquilie.

Due osservazioni. Nel documento ricorre per ben 17 volte la parola “preside”, una figura (e ci spiace ricordarlo agli estensori) che non esiste più nell’ordinamento scolastico italiano dal 1° settembre 2000. Come non esiste più, a partire dall’anno scolastico 2014/15, all’interno degli istituti professionali (e ci spiace ancora una volta ricordarlo agli estensori), l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per due anni. E quindi anche in questo caso, come in quello degli istituti tecnici, sarebbe necessario reperire le risorse non per uno, ma per tre anni. Anche agli innovatori per principio, allora, tutti protesi al futuro, diciamo che non farebbe affatto male una buona conoscenza del passato e del presente.

 

Pinzellacchere.

Il buon Renzi davvero ce l’ha messa tutta a farci uscire dalla nostra comfort zone, bombardandoci con tanti di quegli inglesismi che due sono le cose: o lui è così subalterno alla cultura neoliberista da averne interiorizzato anche la lingua (ipotesi maligna), o ci vuole davvero convincere (ipotesi decisamente più benevola) che a forza di assistenti madrelingua e di CLIL (dimenticavamo che gli acronimi sono l’altro vezzo stilistico del documento) le nostre competenze linguistiche devono fare per forza il definitivo salto di qualità. Ce n’è per tutti i gusti: il Rethinking Education, la formazione blended, la governance, il Design Challenge, il digital divide, l’iperliberale Bring Your Own Device (colpo gobbo: qui abbiamo alche l’acronimo BYOD), il Fab Lab,  i living labs, i voucher innovativi, l’immancabile spending review, la misteriosa hackathon, la Data School, l’Opening Up Education, la Good Law, il Nudging, il più familiare turn over, l’export e il Made in Italy, il Content and Language Integrated Learning (colpo gobbo numero due, ma l’acronimo CLIL lo conosciamo già), il coding, che passa nelle scuole anche attraverso la gamification, e che renderà i nostri ragazzi Digital Makers, e poi i social media, i NEET (ma qui in verità Not engaged in Education Employment Training il documento non lo dice, e ci regala il solo acronimo), gli early leavers, le discipline STEM (ci ha preso gusto coi colpi gobbi: Science Technology Engineering Maths), il vecchio amico problem solving, l’agribusiness, e, per chiudere col vile denaro, il budget, lo School Bonus, la School Guarantee, il crowdfunding, il matching fund e i Social Impact Bonds.

Con gli acronimi vi potete divertire da soli. Ottimo esercizio contro il burn out!

Ci gira un po’ la testa, lo confessiamo. Stare appresso a questi quarantenni in carriera è dura davvero, specie per chi come noi non ha ancora capito che non c’è pit stop. Caro Renzi, miserere nobis! Noi siamo proprio quelli dei gettoni, del rullino e del giradischi; davanti a un iPhone, ad una digitale e ad una chiavetta USB andiamo in confusione! Ma poi il cervello torna a ragionare…

 

Eppur si muove…

E allora, come professionisti della scuola, e con l’orgoglio di appartenere al più forte sindacato della nostra categoria, rivendichiamo di essere quelli che

 

DIFENDONO

 

una scuola pubblica che sia in grado di formare un cittadino consapevole secondo i dettami della Costituzione, una scuola che significhi studio, conoscenze e sviluppo di pensiero critico, e non un percorso schiacciato sulla necessità di un avviamento precoce alla formazione in azienda;

ESPRIMONO

 

grande preoccupazione, indignazione e profondo dissenso nei confronti delle scelte politiche del MIUR e più in generale del Governo, che rischiano di dare il colpo di grazia alla scuola statale italiana, già colpita dai numerosi ed irragionevoli tagli ed interventi penalizzanti degli ultimi anni: ricordiamo qui soltanto l’innalzamento del rapporto alunni-insegnanti con la creazione delle famigerate classi-pollaio; l’accorpamento degli Istituti, spesso con l’unica logica del risparmio sulla pelle dei lavoratori; la riduzione dei posti di Dirigente Scolastico e DSGA, dell’organico ATA e docenti e numerosi altri interventi a danno dell’utenza e a detrimento della qualità del servizio scolastico statale;

DENUNCIANO

 

ü  le continue riduzioni dei finanziamenti e degli investimenti che da anni impoveriscono la scuola pubblica statale sia in termini di risorse umane (docenti, ATA, in Italia ed all’estero), sia di risorse finanziarie, sia di risorse strutturali, come si evidenzia ancora nel Disegno di Legge di Stabilità 2015;

ü  l’indiscriminato aumento dell’età per il pensionamento del personale scolastico, in particolare del personale docente, per il quale l’imposizione di elevatissimi limiti di età per il collocamento in quiescenza comporta, in certe situazioni, rischi per la qualità e la sicurezza del servizio (si pensi, ad esempio, ai docenti di scuola dell’infanzia).  Non essendosi liberati nuovi posti di lavoro, la scuola italiana potrà confermare il poco invidiabile record di avere i lavoratori più anziani d’Europa.

ü  il blocco dei contratti (fermi, a livello normativo da 7 anni, e a livello salariale da 5), e degli scatti di anzianità, con la conseguenza di  una  notevole perdita del potere d’acquisto dei salari che, oltre ad un impoverimento generale, ci sta portando al livello dei più bassi stipendi dei lavoratori della scuola d’Europa.

ü  le imposizioni a “colpi di leggi” su temi di natura contrattuale, con la pretesa di revisionare e stravolgere unilateralmente ed illegittimamente lo status giuridico del personale scolastico (blocco della carriera, innalzamento dell’orario settimanale di lavoro, modifica del tempo scuola, …) senza alcun momento di confronto e/o di concertazione in spirito democratico, e scavalcando, di fatto, i rappresentanti dei lavoratori;

ü  le forti criticità presenti all’interno del recente documento governativo: “LA BUONA SCUOLA”, e precisamente:

  • il sistema di valutazione dei docenti e l’attribuzione di crediti, che determinerebbero una graduatoria d’Istituto finalizzata all’ottenimento di scatti di competenza, e che appare improntato alla competitività fra docenti, in un’ottica di premi e penalizzazioni che risulta controproducente e che rischia di inasprire il rapporto fra gli insegnanti degli Istituti e fra questi e il dirigente scolastico;
  •  l’assenza di proposte in merito al personale ATA, che pare sintomatica dell’assenza di una visione sistemica della scuola, in cui ogni componente necessita di spazio di ascolto e agibilità decisionale. L’unico riferimento al personale Ata è quello relativo alla riduzione degli assistenti amministrativi in seguito al processo di digitalizzazione dei servizi;
  • le proposte relative all’ampio ingresso di finanziatori privati, che contrastano con il dettato costituzionale, il quale sancisce una scuola pubblica e statale che possa garantire a tutti pari opportunità formative. Il tutto rischia di produrre scuole di serie A (collocate in zone più favorevoli, con un’utenza più abbiente o con maggiori capacità “imprenditoriali”) e scuole di serie B, provocando così una differenziazione dei livelli di offerta formativa fra le scuole statali. Peraltro l’ingresso dei finanziamenti dei privati rischia di condizionare le scelte educative e formative delle singole istituzioni, introducendo logiche aziendalistiche e di mero profitto;
  • l’eccessiva enfasi sul potenziamento di alcune discipline (coding, lingue, economia), che tanto ricordano l’assetto culturale delle “tre i” (informatica, inglese, impresa) di berlusconiana memoria. Ogni intervento sul curricolo dovrebbe invece rispondere ad una idea condivisa di cittadino e di scuola, e dunque scaturire da un confronto reale ed organico con tutte le componenti coinvolte, a partire dal personale della scuola;

CHIEDONO

AL GOVERNO, AL MINISTRO,

E A TUTTE LE FORZE POLITICHE DI MAGGIORANZA E MINORANZA

 

ü  di impedire ogni e qualsiasi intervento legislativo che non sia stato concordato attraverso un confronto aperto e democratico con le parti sociali su tematiche che sono oggetto esclusivo del CCNL;

ü  di sbloccare il contratto di lavoro congelato da troppi anni, restituendo ai lavoratori della scuola italiana la dignità di una retribuzione in linea con gli standard europei, consentendo così anche ai pubblici dipendenti il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni;

ü  di dare avvio alla soluzione di tutte le problematiche specifiche che affliggono la scuola e il suo personale: sicurezza degli edifici; generalizzazione della scuola dell’infanzia con obbligatorietà del suo ultimo anno; potenziamento del tempo pieno e del tempo prolungato nel primo ciclo; elevazione dell’obbligo scolastico a 18 anni dopo un biennio unitario orientativo, mantenendo l’attuale assetto quinquennale della secondaria superiore; introduzione di un organico funzionale di istituto finalizzato al solo ampliamento dell’offerta formativa e non ad una soluzione estemporanea del problema delle supplenze; la revisione dei parametri nel rapporto alunni/classe;

ü  di considerare istruzione e formazione pubblica come soggetti su cui investire per lo sviluppo del futuro del nostro Paese, e non settori su cui operare tagli, magari attingendo al privato;

INVITANO

 

tutto il personale scolastico a una mobilitazione a tempo indeterminato, da realizzarsi attraverso ogni forma possibile di protesta collettiva ed organizzata, fintanto che non emergano impegni seri e concreti sull’accoglimento delle richieste avanzate a tutela del servizio scolastico statale e del rispetto delle norme sancite dal CCNL;

CHIEDONO

 

a studenti, famiglie e opinione pubblica in generale la massima attenzione per non cadere nel tranello demagogico di chi vuole diffondere un’idea distorta del valore sociale della scuola statale italiana, che scredita l’immagine, l’esperienza e la professionalità dei suoi lavoratori.

 

 

 

 

 

 

 

Brindisi, 2 novembre 2014.

Direttivo Provinciale FLC-CGIL Brindisi

 

 

 

COMMENTO DI MARIO CAROLLA

 

 

 dico subito che non ho la capacità taumaturgica di benedire l'operato di chicchessia, ma certo mi sento capace di esprimere il pensiero su un argomento che accende passione, qual è per me l'argomento scuola.

Amo il dibattito su certi temi tanto da aver  amici  sul web e nella vita di pedagogisti  ed esperti di questioni scolastiche di fama nazionale e internazionale (Alulli, Maragliano, Ianes, Tiriticco, Cerini, Bonezzi, Panini, Vertecchi, Iosa, Sasso, Gammaldi, Corradini, Valentino, Bettoni e m scuso se ho dimenticato qualcuno) con i quali ho uno scambio di opinioni per me estremamente proficuo.

Il saggio di Sandro De Rosa, quando nella prima parte fa riferimento alla Costituzione Repubblicana, FIGLIA DELLA RESISTENZA, e ai suoi principi fondamentali, ha richiamato alla mente una mia riflessione fatta qualche tempo fa (18/12/2013 - "Ha fallito la Costituzione o la Repubblica?" vedi su pagina principale 2 del sito http://mario-carolla.123homepage.it)  dove evidenzio che purtroppo nella società contemporanea, soprattutto quella che si è andata radicando negli ultimi venti anni, i principi costituzionali fondamentali, libertà, democrazia, uguaglianza, solidarietà, dignità, o non risultano pienamente attuati o risultano invece spesso completamente travisati.  

Condivido al 100% le considerazioni fatte nel paragrafo "In principio era la democrazia sostanziale.... Poi venne la demagogia". Ricordo a tal proposito un incontro avuto dai dirigenti scolastici in una Conferenza di servizio all'Istituto alberghiero di Brindisi con Valentina Prea, allora sottosegretaria del ministro Moratti. In quella occasione, che per me fu l'ultima (per repulsione spontanea) organizzata dall'Amministrazione alla quale partecipai, dopo la presentazione del dirigente dell'USP di turno e la prolusione della sottosegretaria finalizzata a comunicarci le nauseabonde decisioni del MIUR in ordine alla riforma della scuola (riforma Moratti), l'incontro si chiuse senza dibattito e lasciando molti di noi di stucco e con le curiosità suscitate e le critiche compresse in gola. La scuola di formazione passata per Renzi, dunque, è buona.... e siamo lontani dalla Buona Scuola che dovremmo offrire ai nostri figli e nipoti. Quella attuale, dunque, è una società incoerente rispetto al nostro magnifico (sulla carta) libro delle regole. Pertanto, non mi fa meraviglia che anche dalle Istituzioni vengano messi in secondo piano quei principi o non vengono tenuti in alcun conto; essi ,invece, come osserva l'autore del saggio dovrebbero essere alla base del funzionamento della Scuola per l'interesse generale e, in particolare, per l'interesse dei nostri giovani.

Ma, credo, che più esplicito sarà il mio pensiero se analizzassi dettagliatamente le principali questioni in gioco, solo queste ultime e non tutte i contenuti delle 136 pagine del Piano Scuola del Governo del 3 settembre c.a. . Non perché abbia ritrosia ad approfondire il documento, ma perché un'analisi polverizzata su ogni contenuto di queste pagine mi porterebbe lontano e, altresì, mi allontanerebbe  dal giudizio d'insieme, che è lo scopo di questo scritto.

A mio giudizio, non vi sono tra queste questioni principali in gioco alcune positive, altre da accettare  a metà e altre ancora da rifiutare in toto, ma ognuna di esse presenta aspetti positivi ed altri negativi o criticabili. Tutte le questioni sono accumunate da una insufficienza di fondo perché la storia ci insegna che con le parole non si è mai costruito il futuro (questi aspetti vanno semplicemente valutati nella loro attuazione pratica), ma il futuro si costruisce sui risultati raggiunti in un continuum di miglioramento, risultati che, ovviamente, discendono in maniera determinante dalle risorse impiegate, ancora ad oggi poco certe.

In particolare del documento mi preme sottolineare i punti che seguono:

  1. il sistema di reclutamento per concorso pubblico può rappresentare un sicuro passo avanti nell'intero sistema purché i concorsi siano ricorrenti e garantiti da modalità di attuazione nuove che vadano al cuore del problema; tali forme sono quelle che pongono al centro l'esigenza di reclutare personale capace di stare con autorevolezza al suo posto, che sia in possesso di doti non solo di conoscenze e competenze, ma in misura prioritaria di attitudini ed di elevata tensione verso la professione che svolge (mi rendo conto che nei nostri concorsi per queste ultime qualità è estremamente difficile individuare e rendere misurabili indicatori certi);
  2. la rinnovata attenzione all'autonomia delle scuole rappresenta un impegno da giudicare  positivamente sol che  venga, a mio avviso, finalizzata alla ricerca pedagogica-didattica, alla sburocratizzazione delle singole istituzioni , meglio se riunite in rete; naturalmente, tutto ciò si lega anche alla responsabilità delle scuole e alla conseguente e necessaria valutazione; ma anche qui il grande interrogativo riguarda il come e il cosa;
  3. un sistema di valutazione (mi pare di capire formativo e non selettivo e/o punitivo) non serve per stilare pagelle alle scuole e tantomeno ai docenti, al personale impegnato e ai dirigenti scolastici, ma può servire un sistema di valutazione che scaturisca da quello di sistema, assente, che metta in condizioni le scuole di auto-valutarsi. A mio avviso, rispetto a quest'ultima pratica, che giudico dirimente per costruire una Buona Scuola, è un bene che non si faccia riferimento alla rendicontazione sociale perché sulla commistione di competenze tra soggetti diversi e interessati ho forti dubbi nonostante le chiare posizioni favorevoli nel merito di FLC CGIL e di Proteo Fare Sapere. Uno di tutti i miei dubbi è che se il reclutamento ha quelle caratteristiche sopra esposte il vaglio è già avvenuto sapientemente a monte e si deve solo cercare di "aggiustare il tiro" delle azioni messe in campo dai lavoratori della scuola al fine di migliorare sempre più i loro interventi educativi e quelli di funzionamento delle singole istituzioni;
  4. stato giuridico dei docenti, progressione di carriera e avanzamenti per merito. Anche su questi punti condivido pienamente l'analisi sviluppata nel saggio da Sandro De Rosa. Qui di positivo c'è solo la parola merito che premierebbe l'impegno nel lavoro e la professionalità docente, ma i parametri di riferimento individuati nel  profilo docente: (vedi La "Buona Scuola", analisi e proposte sul documento del Governo di Proteo Fare Sapere) "quello didattico, quello formativo, legato allo sviluppo delle competenze di insegnamento, attraverso formazione, aggiornamento ed esperienze sul campo; quello professionale, che noi chiameremmo piuttosto “organizzativo” in quanto corrispondente ad un impegno nell’organizzazione scolastica (collaborazioni col dirigente, funzioni obiettivo, mentoring ecc.)", come si misurano? Quella del merito, senza dubbio, è una parola allettante, che alberga anche in una certa cultura di sinistra,  ma che sinceramente non sono riuscito mai a capire e ancora non capisco; come si possano misurare in generale, soprattutto nel caso specifico dei professionisti dell'educazione, alcuni dei parametri di riferimento indicati senza creare conflitti, competizioni scomposte e arrembaggi a chi fa di più pur di apparire diverso dall'altro., mi resta sinceramente un mistero. La verità è, come dice l'autore del saggio: "L’aspetto inquietante è che dietro la presunta riforma meritocratica della carriera si nasconde l’imbroglio della effettiva riduzione delle retribuzioni", ma anche la volontà di far fuori in un solo colpo la presenza scomoda delle Organizzazioni sindacali e il contratto sulla parte normativa oltreché sulla parte economica ferma ormai da anni, almeno di quello che resterà dopo la Jobs Act;
  5. la reintroduzione del tempo pieno è un fatto positivo se il riferimento sono le norme istitutive dello stesso e non soltanto un incremento di ore ad esso dedicato; sta comunque di fatto che se realmente si vuole sferrare una lotta senza quartiere alla "dispersione scolastica" centrando al tempo stesso uno degli obiettivi dell'uguaglianza sostanziale presente nell'art. 3 della Carta, questo intervento è necessario e irrinviabile considerati anche i ritardi che la scuola italiana ha rispetto all'Europa e ai suoi trattati;
  6. l'organico funzionale è qualcosa che può contribuire a cambiare in positivo la singola scuola, ma il dubbio anche qui sorge spontaneo: i 148.000 docenti da assumere a t.i. faranno i tappabuchi per le supplenze o serviranno per contribuire ad arricchire l'offerta formativa della scuola o delle reti di scuole e metterne in campo un'altra squisitamente innovativa? E poi è insopportabile che con tutte le carenze di organico che si registrano nel settore non c'è alcun accenno alle assunzioni di personale ATA.

 

 

In conclusione, non posso che ribadire il mio giudizio positivo sulle osservazioni di merito contenute nei passi del saggio di Sandro De Rosa e nell'appello che da esso emana, fatto proprio dal Direttivo Provinciale della FLC CGIL di Brindisi e la mia piena condivisione su di essi. Devo però aggiungere una nota malinconica, che scaturisce da una valutazione complessivamente negativa delle proposte del Governo, ma che certamente non frenerà il mio impegno nel sociale, soprattutto, per la promozione e la diffusione di una cultura che vada in direzione di una valida Educazione delle giovani generazioni. C'è da lavorare alacremente per tutti perché il Piano scuola del Governo, come ho detto sopra, mette in evidenza, ancora una volata, che la nostra "è una società incoerente rispetto al nostro magnifico (sulla carta) libro delle regole" e, aggiungo malinconicamente, che la nostra è una società in forte declino per innumerevoli motivi ma anche in consideriamo della "chicca" che segue: tali proposte governative vengono da una delle formazioni politiche che hanno la presunzione di dichiararsi ancora di "sinistra".

 

 

07 giugno 2014 Emergenza Educazione!!!

Emergenza Educazione!!!

di Maurizio Tiriticco

Ormai sono di ogni giorno le notizie relative al malaffare dei nostri quadri dirigenti, in tutti i contesti, dalle Regioni alle Province e ai Comuni e in tutte le situazioni relative alle grandi opere (del malaffare???), fin dall’autostrada Salerno Reggio Calabria, un cantiere infinito, attivo fin dal 1960… 54 anniii!!! Di lavori? NOOO!!! Di imbrogli e di mazzette: E poi c’è l’affare Expo 2015 e OGGI il Mose di Venezia. Per non dire poi delle mazzette di piccolo taglio: il vigile urbano che corrompe e che è corrotto; il funzionario comunale che chiude gli occhi e intasca anche lui! Insomma, dai milioni di euro alle banconote da 50! Ormai l’intero Paese è una mazzetta! La Patria delle Mazzette! E i poveracci debbono ringraziare un governo che riesce a dar loro 80 euro mensili – tra tanti ipercritici che arricciano il naso – le briciole strappate alle mani dei ladroni! E sono tutti nomi altisonanti, con responsabilità civili di primo livello! Fior di ministri! Di presidenti di regioni! Dalle Alpi al Lilibeo la mazzetta regna sovrana!
E non solo! Restituiamo milioni di euro – quando non ce li intaschiamo fraudolentemente – all’Unione europea perché non siamo capaci di compilare la documentazione per ottenerli. Ma, quando li sappiamo chiedere e ottenere, facciamo carte false per coprire in quali modi ce li siamo intascati! Aziende che prima si aprono e, ad euro ottenuti, si chiudono!!! E capannoni e capannoni che per chilometri e chilometri fiancheggiano strade e superstrade!
E mettici anche lo sperpero del pubblico danaro: ospedali, carceri, scuole anche, complessi sportivi… costruzioni che si sono avviate e che non giungono mai a termine! “Striscia la notizia” ce ne dà una documentazione ogni sera!!! Qui insorgono anche l’incapacità degli amministratori, nonché il groviglio delle leggi: nessuno sa bene che cosa fare… Insomma: che sta succedendo nel nostro Bel Paese? Purtroppo, o siamo lestofanti o siamo ignoranti.
E ancora! Ma è possibile che, quando in Parlamento si propone una legge, gli emendamenti siano sempre centinaia? Viene da pensare che o non sa scrivere chi la propone o non sa scrivere chi la emenda! O forse la vince il piacere del chiacchiericcio all’infinito – pardon, del dibattito in aula! Forse il dibattito in sé è più importante della volontà di giungere a un risultato! L’emendamento mio è più bello del tuo! Perché poi ci sono tutti gli strascichi in tutti i talk show della sera… le belle statuine che giocano a rimpiattino… No! Non si cerca il Vero, si cerca il Particulare! E, quando si interviene in aula, un “concetto” – diciamo così – che si può esprimere in qualche minuto, lo si “recita” in mezz’ora, se non di più! Tot onorevoli, tot Ciceroni! In un mondo in cui la velocità è sovrana, le parole al vento si sovrappongono a un confronto vero! E, se li vai a leggere uno per uno, gli emendamenti e gli interventi contro o a favore – ammesso che un onorevole serio ci riesca – che cosa esce fuori? L’emendamento quasi mai è di sostanza! A volte riguarda l’aggettivo, a volte la virgola… insomma, è la giostra degli emendamenti! Tanto per ritardare l’approvazione della legge. Tutti bravi, tutti sapienti, tutti scrittori, tutti oratori! E poi vengono le Iene a darci conto del livello di ignoranza dei nostri Rappresentanti, con tanto di Erre Maiuscola! I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’estrema lentezza del percorso di una norma! Ma perché li votiamo? Si chiederà qualcuno! Forse chi li vota non è migliore di loro! Insomma una democrazia al ribasso! Vox Populi vox Dei? Caro Isaia! Forse ai tuoi tempi era così! Oggi ho i miei dubbi.
E alla fine, quando le leggi son, chi pon mano ad esse? Si pensi poi ai nostri processi, tre gradi di giudizio, anni e anni per giungere alla soluzione! E ai nostri marò che in India, dopo due anni, ancora non sanno nulla del loro destino! Forse l’Ignoranza giuridica nostrana si somma con l’Ignoranza indiana? E si tratta di norme anche internazionali! Hanno voglia ad aspettare i nostri marò!
Emergenza morale, eguale emergenza educativa! Mah! Che fine ha fatta la nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione? E’ morta e seppellita come abbiamo ammazzato e seppellito l’Educazione civica di una volta! E come siamo amministrati da questo novello Miur? Indubbiamente male!
Perché incorre in troppe DIMENTICANZE! E tutte colpevoli! Ne elenco alcune!
Perché si dimentica di varare nei tempi utili l’ordinanza che regola gli esami di Stato! E ai consigli di classe non è stato ricordato che entro il 15 maggio avrebbero dovuto predisporre il documento per le commissioni di esame! Perché l’ordinanza è del 19 maggio. Ma le scuole non hanno atteso! Sono migliori di chi le dirige!
Perché si dimentica di comunicare alle scuole che le competenze di fine scuola media e che quelle di fine obbligo di istruzione sono importanti perché corrispondono rispettivamente al livello uno e al livello due dell’EQF (European Qualifications Framework), uno strumento che oggi consente ai titoli di studio di circolare agevolmente nei 28 Paesi membri dell’Unione europea e che insegnanti, alunni e famiglie non possono fare a meno di conoscere!
Perché insiste nel sottolineare l’importanza che avrebbe l’esame di scuola media, quando, ormai, dopo l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, la prima certificazione utile per il proseguimento degli studi, per l’apprendimento permanente e per l’accesso all’apprendistato è quella di fine obbligo.
Perché si dimentica di sollecitare: a) che le competenze di fine obbligo vanno puntualmente certificate e che gli istituti secondari non possono non considerarle come obiettivi da perseguire fin dalle progettazioni del primo anno; b) che le discipline di cui ai quattro assi culturali devono essere insegnate e apprese assicurando la loro equivalenza formativa, come recita il dm 139/07 all’articolo 2. Il che permetterebbe di superare nel tempo quella annosa tripartizione che pone ancora oggi i licei ai primi posti degli studi e gli istituti professionali agli ultimi.
Perché si dimentica di comunicare alle scuole che le competenze relative alla fine del primo biennio e del secondo biennio degli istituti professionali e tecnici, di cui alle Linee guida varate con i dpr 87 e 88 del 2010, e ai relativi allegati (le competenze del primo biennio sono state pubblicate nel 2010; le competenze del secondo biennio e del quinto anno nel 2012) non possono essere certificate, in quanto il medesimo Miur, a tutt’oggi, non ha fornito alcuna indicazione circa le modalità certificative e i relativi modelli di certificazione.
Perché voglio sperare che il Miur non dimentichi che con la tornata del 2015, giunto al termine il processo di riordino avviato nel 2010, l’esame di Stato dovrà “veramente” certificare competenze. Ma le indicazioni relative al NUOVO esame di Stato dovranno essere date ad apertura dell’anno scolastico, al prossimo settembre 2014, non alla fine, magari nel maggio del 2015! E proprio il 24, a cent’anni dal nostro ingresso nella prima guerra mondiale!
Speriamo bene! Speriamo bene? Mah!

 

COMMENTO DI MARIO CAROLLA

Come sempre il mio amico (sono orgoglioso di esserlo) azzecca sempre le sue analisi e io le condivido appieno.

Da noi si distinguono diverse fattispecie criminose di corruzione e concussione accumulate in tre categorie: i reati propri del pubblico ufficiale l'accordo con il privato e la dazione di denaro od altre utilità. Tutte le fattispecie criminose sono disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione. I reati conseguenti a tali fattispecie criminose e le relative pene sono previsti ai seguenti articoli del codice penale: art. 318 - Corruzione per un atto d'ufficio, art. 319 - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, art. 319 ter - Corruzione in atti giudiziari, art. 320 - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, art. 321 - Pene per il corruttore.

Emerge che le pene sono particolarmente lievi per reati così odiosi, mi pare che non vadano oltre i sei anni di reclusione per quelli più gravi, soprattutto tenendo conto della diffusione del fenomeno che ormai sta facendo assumere al nostro Stato una forma che s'ispira alla cleptocrazia. Nè sono state apportate da questo punto di vista rilevanti novità con la legge 6 novembre 2012 , n. 190.

Io sono fermamente convinto che i fenomeni della corruzione e della concussione si possono arrestare o comunque avviarli al loro contenimento come è stato fatto per il reato di associazione mafiosa. C'è anche il vantaggio che quel reato non era neppure previsto dal codice penale mentre la corruzione e la concussione sono già previsti. Queste cose le dico da tempo e provo soddisfazione sentirle dire qualche ora fa dal presidente del Senato Grasso.

(Mi piace ricordare quanto segue. Pio La Torre è stato il primo firmatario della proposta di legge n° 1581, presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 - norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una Commissione permanente di vigilanza e controllo- La proposta fu estremamente innovativa perché individuava nell'associazione mafiosa un reato grave perseguibile dal codice penale e introduceva interventi restrittivi sul patrimonio dei mafiosi.

Furono necessari il suo assassinio (30 aprile) e quello del generale Alberto Dalla Chiesa (3 settembre) perché questo d.d.l., integrato da quello governativo dell'epoca, trovasse rapidamente la sua traduzione in legge con la legge n° 646, approvata il 13 settembre 1982 ed entrata in vigore il 29 dello stesso mese - meglio nota con il nome di legge Rognoni-La Torre.

La legge n. 646, all'art. 1, recita: "Dopo l'articolo 416 del codice penale e' aggiunto il seguente:  "Art. 416-bis - Associazione di tipo mafioso"."  Al comma 1 si legge: "Chiunque  fa  parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o piu' persone,  e' punito con la reclusione da tre a sei anni." e poi le pene sono più alte per gli altri reati connessi.

Al comma 7 si legge:

"Nei confronti del condannato e'  sempre  obbligatoria  la  confisca

delle cose che servirono o furono destinate a commettere il  reato  e

delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o  che  ne

costituiscono l'impiego.

Decadono inoltre di diritto le licenze di polizia, di commercio, di

commissionario astatore presso i mercati  annonari  all'ingrosso,  le

concessioni di acque pubbliche e i diritti ad esse  inerenti  nonché

le iscrizioni agli albi  di  appaltatori  di  opere  o  di  forniture

pubbliche di cui il condannato fosse titolare.").

Chi intende intenda e vorrei che intendessero anche il dott. Cantone e il premier Renzi.

 

Per quanto attiene alla seconda parte dell'intervento di Tiriticco che apre con: " Emergenza morale, eguale emergenza educativa! Mah! Che fine ha fatta la nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione? E’ morta e seppellita come abbiamo ammazzato e seppellito l’Educazione civica di una volta! E come siamo amministrati da questo novello Miur? Indubbiamente male!" devo dire che proprio in questi giorni le Leghe SPI CGIL di Brindisi, ma non dubito che si possa estendere all'intera provincia, insieme ad altre Associazioni di anziani, giovani e meno giovani, prima fra esse la Scuola di formazione politica "Antonino Caponnetto", hanno messo a punto un progetto che prevede la comune lettura nelle scuole della Costituzione Repubblicana.

Sulle dimenticanze poi non esprimo alcuna meraviglia essendo queste il frutto del passato, insieme ad altri svarioni più gravi, a cominciare da quelli commessi dalla Moratti passando attraverso Fioroni, la Gelmini, la Carrozza, e infine dall'ultima ministra, nella gestione del  Ministero dell'Istruzione (mi scuso se ho dimenticato qualcuno), a dir poco tutti ministri tuttologi che nello specifico si appalesano incompetenti.

Non mi meraviglia neppure il fatto che molte scuole hanno lo stesso fatto fronte ai vari adempimenti dimenticati dalla ministra.

Non è una novità convinto come sono che il nostro Paese si potrà salvare solo se ogni cittadino nell'ambito del proprio ruolo e della propria sfera di azione saprà comportarsi con rettitudine rispettando la legalità e dandone esempio agli altri.

" Speriamo bene! Speriamo bene? Mah!".

17/03/2014 RICEVO DA MAURIZIO TIRITICCO, COMMENTO E PUBBLICO

DOMENICA 16 MARZO 2014 RIC EVO, COMMENTO E PUBBLICO DA MAURIZIO TIRITICCO: ALUNNI O SOLDATI?

NELLA VERSIONE DI EDUCAZIONE&SCUOLA:

Scuole o caserme?

 di Maurizio Tiriticco

E’ senz’altro apprezzabile il fatto che il nuovo Presidente del Consiglio abbia posto la scuola e l’edilizia scolastica tra le priorità del governo del Paese. Ed è anche apprezzabile che abbia voluto coinvolgere l’architetto Renzo Piano come garante per la “qualità del rammendo” degli edifici scolastici. Ma… non sarebbe forse il caso di ripensare all’edilizia scolastica in funzione di un modo diverso di “fare scuola”? Si veda al proposito il mio “Appunti per un riordino complessivo del Sistema educativo di istruzione e di formazione”. In effetti, quando nel secondo Ottocento il governo italiano postunitario si preoccupò di costruire una “coscienza patria” in milioni di sudditi – o di “regnicoli”, sic! – che fino alla proclamazione del Regno avevano appartenuto a Stati diversi, investì soprattutto in due direzioni: la scuola e l’esercito. Con la legge Casati dal 1861 fu generalizzata la scuola elementare e i primi due anni furono dichiarati obbligatori e gratuiti; e dal 1862 venne dichiarato obbligatorio anche il servizio di leva.

Si rese quindi necessaria una massiccia costruzione di scuole e caserme e gli architetti che le progettarono non persero molto tempo ad inventiva. Caserme e scuole erano più o meno simili: lunghi e larghi corridoi lungo i quali si affacciavano aule o camerate. La bacchetta nelle mani dei maestri, il frustino in quelle dei caporali. Regole, disciplina, obbedienza caratterizzavano la vita sia della scuole che delle caserme! Nelle scuole l’italiano era obbligatorio; e così nell’esercito! E le reclute del Sud andavano a prestare servizio nelle Regioni del Nord, e viceversa. Fatta l’Italia, occorreva fare gli Italiani! Eravamo tra gli ultimi Paesi europei che avessero raggiunto l’unità nazionale! Se volevamo cimentarci con loro, occorreva anche fare in fretta.

Mettemmo in piedi un enorme apparato militare, amministrativo e giudiziario, e senza badare a spese! Ne sono testimonianza quelle caserme di Viale delle Milizie, in Roma, quei bellissimi ministeri romani e lo stesso Palazzo di Giustizia. Nel 1914 fu costruito quel meraviglioso Palazzo delle Poste in Piazza Dante a Roma. E mettemmo in piedi anche un vasto apparato educativo, diffuso in tutto il Paese, anche se l’edificio del Ministero della Pubblica Istruzione, quello di Viale Trastevere, allora Viale del Re, venne inaugurato più tardi, nel 1928. Tutti palazzi oggi più o meno dismessi: i numerosi impiegati di un tempo, le mezze maniche non servono quasi più! L’informatica e il web ne stanno facendo giustizia! Si tratta di costruzioni fatte a regola d’arte! Anche perché la manodopera era a… buon mercato! Nonostante i grandi scioperi dei muratori! Ricordate “Metello” di Pratolini? Ma ora, che ne sarà di questi meravigliosi palazzi?

Tornando a noi, come si suol dire, di interventi edilizi ce ne sarebbero da fare a iosa, sia per ristrutturare le scuole fatiscenti, sia per adattare a servizi scolastici ed educativi di largo spettro edifici ormai pressoché dismessi, sia per la costruzione di nuovi edifici! E’ importante, però considerare che non possiamo più pensare alle tradizionali aule destinate ad ospitare ciascuna una classe di età. Allora era così, ma domani? Non sarà più opportuno pensare ad almeno tre categorie di spazi. Una prima sarà costituita di “aule base” – le tane dei lupetti? – destinate ad ospitare gruppi di alunni che hanno lì la loro sede istituzionale – chiamiamola così – ovviamente opportunamente attrezzata! Basta con i soliti banchi! Occorrono strutture accoglienti, che facciano sentire all’alunno uno spazio e un arredo che gli siano propri! Occorrono tavolini – e già in molte aule ci sono – ma anche armadietti, strumentazione didattica e tecnologica ad hoc, libri e altro arredo che concorra a rendere funzionale e “familiare” il soggiorno di alunni che lì discutono, studiano, ricercano, insomma vi “vivono” attivamente”! Occorreranno poi spazi attrezzati come minilaboratori, per attività di ricerca/studio “avanzate” – chiamiamole così – in cui operano e “risiedono” docenti “esperti di disciplina”. E occorreranno infine laboratori veri e propri per ricerche più avanzate e mirate. Per non dire di biblioteche, ludoteche e altri spazi attrezzati. E le cosiddette attività motorie andranno organizzate non più come quell’inutile ora tra una lezione di italiano e una di matematica, ma come attività “altre” rispetto a quelle di studio tradizionali.

Mi sono limitato solo ad alcuni spunti! Ha ragione Renzo Piano, quando dice che il tutto va costruito attorno a un albero! Sì! Ma questo tutto va pensato in funzione di un “fare scuola” diverso! Casati e la sua legge sono tramontati da tempo! E la Finlandia è vicina!

 

COMMENTO DI MARIO CAROLLA

Dalla fine de secolo scorso ho avuto con Maurizio Tiriticco contatti continui, prima invitandolo a Brindisi nella mia qualità di segretario della CGIL Scuola poi come preseidente di Proteo Fare Sapere Brindisi in incontri con la scuola locale, successivamente attraverso gli scambi dei numerosi articoli, interventi e saggi che lui continua a produrre sempre con uno sguardo lungimirante  sulla Scuola italiana.

Nato a Torino il 14 luglio 1928, già insegnante di lettere nelle scuole di ogni ordine e grado, poi ispettore capo, ora in quiescenza, discepolo e collaboratore di Raffaele La Porta,  ha dedicato le sue analisi e ricerche al curricolo, al rapporto apprendimento- insegnamento, alla progettazione didattica, alla valutazione, alla formazione degli insegnanti e a tutto ciò che potesse sfiorare la Scuola del nostro Paese.

Da dirigente tecnico nell'istruzione media, in quella tecnica e in quella professionale è stato presente ovunque con la sua azione e con il suo consiglio dando il suo contributo in sede europea sulle tematiche della Dimensione Europea dell'Educazione.

Non si contano le sue pubblicazioni sempre di elevata qualità.

Per questo voglio dedicare a Maurizio Tiriticco un commento al suo ultimo intervento convinto come sono che continuerò a farlo per lunghi anni ancora.

Educazione&Scuola ha titolato il suo intervento riportato sopra integralmente: "Scuole o caserme?", ma lui nella mail con la quale mi fornisce il link per leggerlo, con sottile ironia, parla di: "alunni o soldati?".

Aprendo il suo intervento fa riferimento, giudicandolo positivamente, al fatto che il nuovo Presidente del Consiglio ha posto la scuola e l’edilizia scolastica tra le priorità del suo governo. Ed ha anche apprezzato che "abbia voluto coinvolgere l’architetto Renzo Piano come garante per la “qualità del rammendo” degli edifici scolastici." Certo è positiva questa idea della "gabina di regia" per l'edilizia scolastica, che snellisce le procedure e vigila sull'operato dei sindaci e dei presidenti delle province, e l'aumento a 3,7 miliardi del budget per ristrutturare e mettere in sicurezza le scuole (ancorché 2,5 miliardi erano stati già previsti da provvedimenti legislativi precedenti), ma Maurizio Tiriticco si domanda subito: "Ma... non sarebbe forse il caso di ripensare all’edilizia scolastica in funzione di un modo diverso di “fare scuola"?".

E' proprio la domanda che mi sono posto nello stesso istante in cui ho letto sui giornali le intenzioni del neo premier.

Pensare di ristrutturare e mettere in sicurezza le scuole senza avere una benché minima idea di come si può fare scuola in maniera diversa è un assurdo in termini. Pensando a come fare scuola in maniera diversa, Maurizio Tiriticco dà alcune sintetiche indicazioni che certamente si potrebbero discutere ed arricchire, ma il metodo almeno andrebbe salvato e sul metodo (vedere prima ciò che serve e poi il suo contenitore) il riferimento storico alle scuole e alle caserme ideate durante i primi passi del nuovo Regno d'Italia mi è sembrato quanto mai appropriato e illuminante.

Non posso che ripetere qui quanto afferma Maurizio Tiriticco concludendo il suo intervento: "Ha ragione Renzo Piano, quando dice che il tutto va costruito attorno a un albero! Sì! Ma questo tutto va pensato in funzione di un “fare scuola” diverso".

Auguri alle future nostre generazioni che immagino più alunni e meno soldati!

Gabriella 24.01.2015 10:18

L' immagine dell' albero di Piano è perfetta per me che amo le diversificazioni fino al limite del possibile Gabriella Felice

mina simonetti 19.01.2015 10:09

Caro Mario, la debolezza lasciatami dall'influenza non mi consente di leggere il tutto.Mi piacerebbe, però, parlarne a voce con te.

Commenti più recenti

08.10 | 09:47

Bella pagina di un pensionato educatore che continua a prestare e divulgare il suo sapere a chi non puo' o non ha potuto studiare per motivi inerenti al vissuto

25.09 | 09:50

Caro Mario ho arguto, per aver di fatto scritto a lungo e... A vanvera, che qui non si possa scrivere a lungo. Lo farò sulla tua mail...

09.08 | 04:15

L'analisi presentata dal Dirigente scolastico Mario Carolla è puntuale e realistica e ne condivido in pieno la sua struttura innovativa .

09.06 | 04:22

Ateismo e Agnosticismo :va bene così.La maiuscola va bene.Non avevo battuto io:ho affidato ad altri un lavoro che mi stanca subito.Preferisco la penna.