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LA PANDEMIA PRIMA E DOPO

(Le parole scritte sulla bella bandiera del balcone hanno dominato fin qui tutta l'era della pandemia. Ma sarà proprio così?)

Ho letto con grande attenzione la riflessione del professore emerito Francesco Fistetti, pubblicata su Quotidiano di Brindisi il 29 dicembre 2020. Ho voluto anch'io cimentarmi nel cercare di comprendere cosa potrebbe succedere nel dopo-coronavirus, mettendo tutti in guardia dai pericoli ai quali potremmo andare incontro. Riporto qui sotto l'intervento del professore con il dialogo intercorso dopo la sua pubblicazione e la mia riflessione con il suo giudizio.

Buona lettura.

"Che cosa può insegnarci il Coronavirus? Almeno due cose: 1) il pensiero della complessità per affrontare le sfide del mondo globale; 2) una politica convivialista per vivere-insieme senza massacrarci (Marcel Mauss).

Non c’è dubbio che il Covid sta cambiando la nostra comprensione del mondo, dal momento che siamo diventati consapevoli che nuovi attori non-umani come i virus possono sconvolgere la nostra esistenza. Come pure, esso ci ha messo all’improvviso di fronte a Gaia come un sistema vivente dal cui stato di salute dipende la nostra sopravvivenza come specie. Tuttavia, è una presa di coscienza ancora agli albori, che tende ad essere rimossa come un’inquietudine momentanea nell’illusione che la cesura intervenuta verrà riassorbita nel sempre-uguale degli schemi mentali e dei comportamenti abitudinari. D’altronde, le strade delle città gremite di gente che passeggia o che fa la fila di fronte all’ingresso dei negozi che cosa ci trasmettono se non lo stato d’animo di liberazione con cui la maggior parte delle persone percepisce l’allentamento delle restrizioni? Bastano delle piccole concessioni normative perché la voglia di riprendere i ritmi e le forme di vita precedenti riesploda in modo incontenibile. L’idea che in un futuro più o meno prossimo possano esserci altri periodi di prolungato confinamento, dovuto all’irruzione di altri virus, a disastri socio-ambientali o a sconvolgenti eventi naturali (terremoti, inondazioni, desertificazione, migrazioni, ecc.), è ancora troppo lontana dal senso comune o considerata una stravaganza dei “collassologi” (una categoria di studiosi che profetizzano il collasso della nostra civiltà). Ci vorrà ancora molto tempo per lasciarci alle spalle il vecchio paradigma della convivenza e dell’organizzazione economico-sociale fondata sullo spreco delle risorse. Tanto più che, come ci andiamo raccontando a volte in modo stucchevole, viviamo in un mondo globalizzato, senza però aggiungere che dovrebbe corrispondervi un pensiero globale, cioè capace di cogliere l’interdipendenza dei problemi che affliggono il nostro stare al mondo su un pianeta sempre più devastato. Ma proprio la reazione d’impazienza della gente che appena possibile torna ad affollare le strade è il sintomo del disagio di una civiltà che nel suo inconscio e nel suo immaginario è governata da automatismi psicologici profondi e da una potente coazione a ripetere. Su questi paradossi del tempo storico attuale cominciano a interrogarsi filosofi e studiosi di scienze umane non solo per cercare di metterne a fuoco i caratteri distintivi, ma anche per indicare i rischi incombenti e le possibili risposte. In verità, già da alcuni anni si era potuta constatare una progressiva convergenza, se non d’impostazione metodologica, almeno sul piano dei risultati dell’analisi, tra prospettive di ricerca e tra campi disciplinari tra loro diversi e a volte anche distanti. Il Covid ha accentuato questa tendenza a interpretare attraverso gli occhiali della globalità ciò che ci sta accadendo, anche se il meccanismo di difesa è di rinchiuderci nelle comode fortezze del nostro egoismo, che si tratti delle mura domestiche, dei confini dello Stato nazionale o di qualsiasi altro rifugio parrocchialistico. Possiamo definire questo meccanismo di difesa – che non è solo psicologico, ma un vero e proprio stereotipo culturale – una strategia di riduzione/semplificazione della complessità. Di fronte alla complessità dei problemi che siamo chiamati ad affrontare la tentazione è quella di rifugiarci nel semplicismo, nella credenza (auto)ingannevole che tutto è semplice e che solo per colpa di forze occulte o interessate le cose appaiono complicate e non immediatamente intelligibili. Ora, la situazione della pandemia, nel costringerci finalmente a riflettere sulle nostre vite e sulla nostra relazione con il mondo (natura compresa), mette radicalmente in discussione questa strategia semplificatoria che nella storia della modernità abbiamo applicato non solo nell’ambito del sapere scientifico, ma anche nell’organizzazione dello Stato e della società. Tra i testi recenti che possono aiutarci a capire meglio come e perché le nostre forme di vita, individuale e collettiva, sono intimamente associate ai nostri modi di pensare e, come direbbe il filosofo canadese Charles Taylor, alle nostre “concezioni del bene”, ne segnalerei tre. Il primo è il densissimo volumetto di Edgar Morin, Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus (Raffaello Cortina Editore 2020), una sorta di summa del pensiero del quasi centenario filosofo-sociologo francese; il secondo è un brillante e agile trattatello di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, Abitare la complessità (mimesis 2020); il terzo è il corposo lavoro di Alberto Pirni, La sfida della convivenza. Per un’etica interculturale (ETS 2018). Proprio l’epistemologia della complessità, seppure declinata su piani diversi, è il filo rosso che guida la produzione teorica di questi autori. Di Morin è appena il caso di ricordare i volumi dedicati al “pensiero complesso” con il titolo “La Méthode” per sottolineare che si tratta di una ricerca avviata negli anni Settanta e proseguita fin nel nuovo secolo toccando tutti gli ambiti del sapere (dalla cibernetica alla biologia, dall’ecologia all’astronomia, dalle teorie dell’organizzazione alle teorie della politica e della società, dall’economia alle scienze pedagogiche). Basterà dire che Morin ci mette di fronte ad una costruzione ciclopica, che procede non attraverso una sommatoria di concetti e di saperi, ma in maniera reticolare, sfondando i confini disciplinari statutariamente stabiliti e creando intersezioni e incroci tra regioni diverse e anche lontane del sapere. È un “metodo” circolare e reticolare che contravviene a uno dei pilastri della razionalità a cui l’età moderna ci aveva abituato, vale a dire quella di un metodo scientifico rivolto, secondo Cartesio del Discorso sul metodo, alla ricerca di certezze definitive. Il “metodo” cartesiano, infatti, come mostrano Ceruti e Bellusci, è il metodo che si propone di ridurre il “complesso” al “semplice” per trovare i componenti del sapere oltre i quali non si può andare, e, così, offrire il fondamento solido e indubitabile sul quale esso si regge. In questa pretesa metafisica all’esaustività e alla fondazione ultima delle nostre teorie e delle nostre credenze si cela il dèmone dell’onniscienza, da cui, come evidenziano Ceruti e Bellusci, fu tentato Laplace quando ritenne possibile racchiudere in un’unica formula i movimenti dell’intero universo, collocando così la Scienza (con la maiuscola) nel posto occupato da Dio nella metafisica tradizionale. Ma esso è stato anche il dèmone della scienza classica prima che intervenisse la rivoluzione della fisica della relatività o della fisica quantistica, “che introduceva l’indeterminazione e l’alea precisamente dove fino a quel momento regnava il determinismo”, e prima che avesse luogo la rivoluzione delle scienze della Terra che considerano il nostro pianeta come un sistema complesso da indagare mediante saperi pluridisciplinari come l’ecologia. Giustamente Ceruti e Bellusci leggono in Nietzsche il primo distruttore del mito dell’onniscienza: non solo egli sfata la leggenda che ci sia una verità oggettiva al di là della pluralità delle prospettive con cui osserviamo e costruiamo il mondo, ma batte in breccia ogni “volontà di semplificazione”, ossia la volontà di ricercare e identificare l’essenza o la purezza di un fenomeno – naturale o culturale che sia -, che indulge ad astrazioni e generalizzazioni arbitrarie e molto spesso perniciose come la razza, l’identità etnica, l’ortossia religiosa, ecc. Contro questo riduzionismo o “paradigma della semplificazione”, che sembra essere diventato una sorta di koiné cognitiva e intellettuale dell’odierna globalizzazione del mercato, Ceruti e Bellusci propongono una “strategia di bonifica”. Analogamente, seppure su uno spettro più ampio di problemi, il testo di Pirni incrocia il tema-chiave di Ceruti/Bellusci e di Morin. Anche Pirni si riferisce alla nostra epoca come ”epoca della complessità” e, proprio per questa inedita dimensione strutturale, parla di “disagio della complessità”: un concetto che è ormai parte integrante sia delle scienze dello spirito che delle scienze della natura. Ci siamo lasciati alle spalle la classica concezione aristotelica del sapere come “episteme” (un sapere caratterizzato da conoscenze certe, leggi causali stabili e uniformità dei processi), sicché la sensazione, chiarisce Pirni, “di essere completamente in balia delle «leggi del caos» guida ormai non solo il lavoro dello scienziato sociale, ma anche quello del suo collega in laboratorio”. D’altronde, la disputa accesissima tra i virologi nell’interpretazione del Covid (sul suo grado di richiosità e sull’efficacia dei metodi con cui combatterlo) non è forse una riprova non solo del pluralismo delle ipotesi come dato costitutivo di una comunità scientifica, ma soprattutto delle conseguenze provocate dalla difficoltà a mappare/decifrare la complessità? Abitare la complessità è allora affrontare la “sfida della convivenza” nell’età globale, dove, si badi, convivenza non è sinonimo di semplice coesistenza. Se quest’ultima vuol dire “stare-insieme-accanto”, il concetto di “convivenza” rinvia alla capacità di “mettere-insieme-progetti-di-vita”. Su quest’ultimo terreno – che è quello che Marcel Mauss definiva del vivere-insieme contrapponendosi “senza massacrarsi” - appaiono centrali i temi dell’identità (“chi sono io?”) e del dialogo con l’altro, soprattutto in una società sempre più multiculturale e socialmente differenziata e conflittuale. Qui il libretto di Morin, che è un vero gioiello di scrittura filosofica e di autobiografia intellettuale, ci viene incontro come un colpo di frusta. Egli ci ricorda che non abbiamo più molto tempo e che la crisi ecologica ci impone un’ecopolitica e una politica della civiltà: una politica, cioè, che non si limiti “a preservare l’ambiente naturale, ma tenda a preservare anche gli ambienti umani”, per cui “occorre trasformare i nostri pensieri, i nostri costumi, la nostra civiltà”. Quella che stiamo vivendo è una “megacrisi”, non solo perché l’”unificazione batterica del globo” è diventata una fonte costante di rischi sanitari e sociali, ma in primo luogo perché l’interdipendenza ha reso evidente che l’umanità è divenuta una “comunità di destino strettamente connessa con il destino bioecologico del pianeta”. Di qui il volto di Giano del post-Coronavirus: esso potrebbe essere “sia apocalittico sia portatore di speranza”. Certo, tutto dipende da noi, ma proprio per questo è venuto il “tempo di cambiare strada”.

Francesco Fistetti"

5 GENNAIO 2021.RIFLESSIONE DI MARIO CAROLLA:

LA PANDEMIA PRIMA E DOPO

Ho conservato la saggia riflessione che il professore Francesco Fistetti ha scritto su: “Che cosa può insegnarci il coronavirus”, pubblicata sul Quotidiano il 29 dicembre 2020, l'ho ritrovata, l'ho riletta e ho deciso di commentarla più in dettaglio di come ho fatto nel post di Fb, scritto subito dopo la sua pubblicazione, come avevo promesso. Avevo commentato il testo del professore d'istinto: “La scienza (a proposito della diverse posizioni degli scienziati che seguono la pandemia) da quando l'uomo è comparso su questo pezzo di "cosa" vagante nel cosmo è sempre andata avanti tra un dubbio e un altro dubbio, ma il suo valore è che punta alla conoscenza raggiungendo spesso certezze. Per quanto mi riguarda sono convinto che il prossimo pezzetto di eternità che l'uomo vivrà dopo il coronavirus sarà caratterizzato da un forte aumento della sua cattiveria. Finché un altro cataclisma epocale non gli aggiusterà la mente. Scusatemi lo sfogo, ma condivido in toto lo scritto del professore sul piano del contributo alla cultura.“. A questo mio breve commento ne sono seguiti altri in pieno disaccordo con il senso che volevo dare al mio e sono seguiti anche quelli del professore; questi ultimi hanno messo a tacere tutti gli altri. A chi mi tacciava di essere diventato distopico il professore risponde così: “Distopico non proprio, direi catastrofista illuminato, che lavora per scongiurare la catastrofe. Un saluto al grande preside.”. E a me risponde: Sono d'accordo con le tue considerazioni incastonate in un contesto cosmico. Il tempo come immagine dell'eternità'. Auguri di un anno migliore, Mario.”.

Tornando alla riflessione del professore Fistetti, osservo che egli apre lo scritto affermando che il coronavirus ci sta facendo cambiare “la nostra comprensione del mondo” perché ci ha fatto comprendere “che nuovi attori non-umani come i virus possono sconvolgere la nostra esistenza”. Esso virus ci ha fatto anche capire che la sopravvivenza della nostra specie dipende anche dallo stato di salute dell'habitat in cui viviamo. Due affermazioni molto condivisibili, almeno per coloro che non sono affetti da grave cecità della mente; ma purtroppo devo constatare che di umani ciechi in tal senso ne circolano tanti sulla terra (tra questi devo sottolineare che spiccano molti eccellenti capi di Stato che fanno a gara per assurgere al ruolo di “gendarmi del mondo” con le loro politiche devastatrici). Non c'è, peraltro, nulla di più condivisibile quando il professore dice che dovrà trascorrere ancora molto tempo prima che l'uomo abbandoni “il vecchio paradigma della convivenza e dell’organizzazione economico-sociale fondata sullo spreco delle risorse.”. È questo il paradigma che più di ogni altra cosa mette in pericolo la nostra specie e il pianeta su cui vive. Le risorse non sono infinite come vorrebbe il vecchio concetto di PIL che domina l'economia del mondo attuale. Un mondo globalizzato rende complessa ogni possibile soluzione ai problemi che incombono sull'uomo e sulla organizzazione di vita che esso tenta di darsi; credo che l'idea di adottare una “strategia semplificatoria” per risolverli, abbia dominato la storia della Filosofia e della Scienza, in particolare, dall'avvento dell'epoca moderna, ma io credo che essa sia proprio connaturata all'essenza stessa dell'uomo (nella duplice relazione con sé stesso e con gli altri). In realtà, secondo me, ma è un parere molto personale non essendo io né uno storico della Filosofia né uno storico della Scienza, gli stessi primi filosofi greci, “i filosofi della natura”, mi pare che fossero già abbastanza semplificatori. Essi si occuparono, in particolare, della natura e dei suoi processi, a cominciare dai tre di Mileto, avvezzi a credere che esistesse un solo principio da cui si sarebbero originate tutte le cose. Non vorrei apparire eccessivamente semplificatorio anch'io, ma questa convinzione che in Talete si concretizzava nell'acqua, in Anassimandro nell'ápeiron e in Anassimene nell'aria infinita, mi appare abbastanza semplificatoria. Al di là, dunque, di ciò che è successo dopo, nel dipanarsi della storia della Filosofia e della Scienza, sottolineo che per secoli la Scienza è stata denominata “filosofia della natura” e penso che il potenziale pericolo di ricorrere ad una qualche “strategia semplificatoria” per spiegare i fenomeni del mondo non perderà presto i suoi artigli, nonostante abbia perso incisività iniziando ad inclinarsi con l'avvento di Einstein, Plank, Heisemberg, Bohr, Dirac, Pauli, ecc. e delle relative teorie della relatività generale e ristretta, della meccanica quantistica, del principio d'indeterminazione, del principio di esclusione, che sono alla base della comprensione dei diversi paradigmi distintivi della materia. I pregevoli sforzi degli studiosi che il professore cita con le loro produzioni, con in testa il Morin, stanno senza dubbio continuando l'opera, sotto molti aspetti meritevole, di dissacrazione del determinismo. La Scienza, in modo particolare la Fisica, nel '600 si era liberata del dogma dell'aristotelismo “a priori” e partendo dalla “sensata esperienza” galileana si era avviata, sorretta dal processo induttivo-deduttivo, sulla strada della modernità. Galileo, Newton, Keplero e altri hanno segnato questo importante passaggio verso la Scienza moderna portandosi via via dietro anche le altre discipline. In concomitanza, anche la Filosofia salta in sella alla modernità con Cartesio che partendo dall'unica certezza che c'é, “cogito ergo sum”, e passando attraverso la visione dualistica dell'uomo, l'anima spirituale, la “res cogitans”, e il corpo materiale, la “res extensa”, influenza la Filosofia col rigore logico della matematica che rende al discettare sulla natura valori di certezza. Le certezze definitive, l'onniscienza, entrate in forte crisi con l'inizio del secolo scorso ad opera degli straordinari scienziati richiamati prima, subiscono un duro colpo perché la Scienza, in quanto descrittrice della natura, è dipendente dall'Io, ossia l'oggetto osservato é inevitabilmente perturbato dall'osservatore. Esse avevano già subito un importante colpo, poco prima, nel '800, con Nietzsche, il loro distruttore, come giustamente lo denominano Ceruti e Bellusci. Il determinismo dunque sembra andare definitivamente in crisi con le teorie indeterministiche che nascono in antitesi al concetto di necessità casuale. Qui però voglio anche ricordare che vi sono studiosi come Mario Ageno, fondatore della biofisica italiana, che hanno posizioni in controtendenza. Mario Ageno sostiene che determinismo e indeterminismo sono semplicemente modi diversi di concepire la realtà e che essi quindi non hanno un valore sul piano ontologico ma lo hanno solo su quello gnoseologico - consiglio: Determinismo e indeterminismo da Le radici della biologia di Mario Ageno (1986), dove affronta una puntuale critica alla posizione di Laplace -. Niente di più condivisibile è la posizione di Pirni che quando parla della nostra epoca la definisce “epoca della complessità” individuando in essa il “disagio della complessità” che si evidenzia in ogni campo. Secondo il mio modo di vedere, il dopo-coronavirus che prima o poi ci riguarderà deve avere ai primi posti ciò che lo scritto del professore sottolinea magistralmente in chiusura: il pensiero del “vivere insieme” “senza massacrarsi” del Mauss e l'ammonimento del Morin che “non abbiamo più molto tempo e che la crisi ecologica ci impone un'eco-politica e una politica della civiltà”, aggiungerei, illuminata. Ripeto “illuminata” in quanto questo termine può spiegare il perché nella mia breve risposta iniziale alla riflessione del professore avevo previsto un'esplosione della cattiveria umana nel dopo-coronavirus. Non ho fatto quella affermazione perché sono distopico né perché sono catastrofista. L'ho fatta semplicemente perché credo che la natura umana, già nel corso dei secoli abbrutita per effetto delle guerre guidate dal dio “dominio”, nella nostra contemporaneità abbia continuato ad abbrutirsi per effetto di un altro dio pagano “il denaro” la cui ascesa a divinità è stata favorita da questo sistema economico-finanziario globale al servizio di uno sfrenato capitalismo moderno. Dunque, avendo molti uomini perso credibilità nei confronti del dio “denaro”, saranno portati a fare in modo, ricorrendo ad ogni mezzo lecito e illecito, di riconquistarne le simpatie relegando attraverso l'indifferenza, prerequisito della cattiveria, i più deboli nell'inferno della povertà assoluta e di quella relativa. Il breve tempo che vivremo nel dopo-coronavirus, frammento infinitesimo dell'eternità (*), prima che un altro cataclisma si abbatta sull'indifferente umanità, trascorrerà pure cibandosi della cattiveria degli uomini. Da questi nostri simili molti di noi dovranno prendere le distanze, con pazienza, buona volontà, determinazione e soprattutto sentendo il dovere alla ribellione nei confronti delle loro malvagità. Molti di noi dovranno rifiutare questo velenoso cibo con l'impegno quotidiano e il sacrificio che ogni lotta porta con sé. Tra tali malvagità dovranno fronteggiarne in primo luogo una che ritengo sia la più devastante al fine di neutralizzarla e di avviarne l'abbattimento: la spaventosa crescita delle diseguaglianze che questa pandemia ha accentuato. Auguri a tutti.

(*) Sostengo da tempo che sul tema dell'eternità non faremmo male a cercare di spiegarla, fosse solo dentro noi stessi, ricorrendo anche ad una sorta di “processo mentale semplificatore” che, se non può dare certezza definitiva, può dare senza ombra di dubbio serenità di spirito. Riporto sotto una mia riflessione fatta qualche tempo fa avvertendo che i puntini all'inizio e alla fine indicano che la riflessione è molto più articolata e spazia tra Ragione e Spirito. Ma questa è un'altra storia!

“…La ragione è una facoltà della mente umana il cui motore alberga nel cervello di cui si serve per attivarsi di meccanismi tutti materiali, eventi fisici, neurali, attività elettrochimiche, per indagare, rapportarsi e rispondere su tutto ciò che è percepibile dai sensi e anche su ciò che non lo è. La ragione è il fondamento della Scienza e il suo detentore, l'uomo, utilizzando Essa e i suoi continui sviluppi, si accosta alla conoscenza (senza mai possederla pienamente) che lo rende sempre più abitante consapevole del cosmo. La ragione è costantemente rivolta alla comprensione di ciò che esterno all'essere ma è anche rivolta a comprendere ciò che si muove dentro l'essere solo per cercare di spiegare ciò che lo fa essere (indagine propria della psicologia).

Il sentimento nella accezione della filosofia moderna cartesiana è sì incluso tra le passioni, ma essendo definito come "passione spirituale", non ha a che fare con la materialità del corpo ma è qualcosa che scaturisce da un'entità, lo spirito, cioè da un qualcosa che riguarda il mondo interiore immateriale; esso non s'identifica con l'anima che riguarda anch'essa il mondo interiore immateriale ma ha significato finché c'è vita. Lo spirito non è l'anima, dunque, e per molti speculatori è qualcosa di eterno.

La cosa certa è che la ragione e lo spirito sono due mondi paralleli che convivono in ogni essere umano. Questi se lascia prevalere l'ego, cioè il mondo esclusivo della sua ragione, rischia di compromettere l'equilibrio indispensabile per una sopravvivenza sopportabile attaccandosi inevitabilmente alle cose materiali e togliendo ossigeno come fonte di esistenza, non solo all'anima, ma anche allo spirito che non ha più ragion d'essere. Se di converso ci si attacca in esclusiva al mondo dello spirito, questo essere umano rischia di far lentamente deperire fino a privarsi del tutto delle meraviglie che l'altro mondo offre con dovizia di abbondanza.

A mio giudizio entrambe le posizioni sono incomplete e il profondo rispetto che ho per l'uomo, essere pensante così come lo conosciamo noi, mi suggerisce che una terza posizione esiste dai tempi antichi....”.

MARIO CAROLLA, lì 5 gennaio 2021

8 GENNAIO 2021. Il professore ha risposto:

Caro Mario,

ho letto con attenzioni le tue riflessioni a partire dal mio articolo e le condivido pienamente. Mi convince soprattutto quello che tu dici a proposito di una sorta di tendenza naturale alla semplificazione che l'essere umano ha quasi a proteggersi dalle sfide della complessità. Del libro di Ageno mi ero dimenticato, ma credo che a suo tempo, pur non avendolo letto, l'avevo incontrato citato e discusso. Infine, la dimensione ecologica e cosmologica è oggi molto importante, perché ci fa sentire "infinitamente piccoli", vulnerabili e finiti. 

 Spero di rivederti appena i tempi ce lo consentiranno. Un abbraccio

Mario

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