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NO VIOLENZA

IL DOVERE DEI POPOLI

La sera del 14 novembre 2015 al raduno organizzato dalla CGIL e da altri movimenti e associazioni, parlando con qualche amico presente mi è scappata una battuta, più o meno era la seguente: "vi dico che da quando lo conosco finalmente ho sentito dalla bocca di Salvini una affermazione che condivido". L'affermazione riguardava la necessità, che è davanti ai paesi occidentali compresa l'Italia, di coalizzarsi e unire le forze per annientare l'Isis nei luoghi nei quali hanno i loro centri operativi poiché siamo in guerra e noi la dobbiamo combattere. Questo, però, era un semplice inciso perché di fatto il suo pensiero, riportato su Facebook, è: "…. poi chiusura delle frontiere, controllo a tappeto di tutte le realtà islamiche presenti in Italia, bloccare partenze e sbarchi, attaccare in Siria e in Libia. I tagliagole e i terroristi islamici vanno ELIMINATI con la forza!».

Naturalmente, la mia era solo una battuta perché non condivido ne condividerò mai la dabbenaggine, la superficialità e le strumentalizzazioni anche di eventi così tristi con le quali Salvini affronta problemi complessi e globali come questo della guerra all'Isis. Non so se devo ribadirlo ogni secondo della mia giornata che io sono contro le violenze di ogni genere e contro le guerre che sono la manifestazione della stupidità umana oltre ad essere uno strumento inefficace per risolvere le controversie. Penso, infatti, che le guerre lascino per secoli strascichi, divisioni e incomprensioni tra gli uomini che vi partecipano (n.d.a.: scusandomi per la puerilità dell'esempio, vale per tutti quello di Sallusti che, da fascista quale egli è stato per estrazione familiare e per altro, non sa interpretare i fatti del mondo di oggi se non alla luce dell'odio viscerale che gli è rimasto dentro verso la democrazia e verso chi si è battuto e si batte per tenerla in vita).  Ma, alcune parole di Salvini che auspica una guerra all'Islam vanno in una certa direzione e da esse voglio partire in questa riflessione anche per diradare possibili incomprensioni causate dalla mia battuta.

Ciò che è successo la sera del 13 e nella notte del 14 novembre 2015 lo ricorderemo a lungo perché segna un salto di qualità della strategia rivoluzionaria che l'organizzazione del movimento jihadista esprime e dell'arma devastante del terrorismo che utilizza. Tale strategia nel recente passato ha puntato decisamente all'espansione del movimento in Africa sempre più a sud dei paesi arabi che lo hanno visto nascere, Egitto, Libia, Iraq, Tunisia, Marocco, Algeria, cioè Kenia, Nigeria, Tanzania, Somalia, Zanzibar, Mali, Repubblica Centroafricana, ecc., e sempre più a nord espandendosi in Siria, Turchia, ecc.  Oggi tale strategia continua nell'impegno del movimento in questa idea di espansione sempre più ampia (n.d.a.: un esempio di terreno fertile che dà l'dea della situazione favorevole all'Isis in questi paesi è la Nigeria con i suoi circa 175 milioni di abitanti, divisi in tre gruppi etnici  e qualche centinaia di minoranze autoctone, con le tensioni politiche interne e con la situazione economica e sociale che presenta costituiscono un terreno fertile per l'espansione del movimento), ma vi aggiunge le azioni di un attacco senza precedenti ai paesi occidentali e non, che nelle parole e nei fatti cercano di combatterlo, azioni fondate su un terrorismo che colpisce con continuità e sempre nei luoghi più imprevedibili dove è tecnicamente impossibile prevenire e difendersi. Espansione nel mondo, dunque, e attacco ai nemici per contrastare le loro reazioni con strategie e mezzi nuovi. E' indubbiamente una strategia intelligente che, al momento, non so se la intelligenza dell'Occidente e dei paesi che ad esso si ispirano saprà eguagliare e contrastare.

Quest'ultima intelligenza dovrebbe aiutare a comprendere che sin dai primi passi che l'umanità ha mosso è stato costruito un ambiente di convivenza sociale fondata sulle affinità etniche, sulle regole che consentono loro di stare insieme, ma anche sulle guerre che si sono scatenate tra loro ogni qual volta sia stato necessario stabilire regole nuove per giungere a costruire nuovi ambienti di convivenza. Nell'era contemporanea abbiamo così costruito tutte queste comunità, gli stati o federazioni o unità di essi, sulla difesa verso ipotetici nemici e sull'attacco diretto a nuove conquiste per mire espansionistiche o per regolamenti di conti. Tutto ciò lo abbiamo fatto utilizzando strumenti di guerra e di difesa che sono gli eserciti, le aviazioni, le navi, i sommergibili, le armi sempre più sofisticate, prodotte in quantità assurde in tutti i paesi occidentali e non sulla base di interessi statali con la produzione di risorse nuove da investire nel settore. Oggi tale organizzazione sta mostrando tutti i suoi limiti, ancorché i suoi limiti siano noti da tempo, perché di fronte ad un cambio di strategia militaresca per fare le guerre, aggressione non palese, improvvisa e con criteri nuovi fondati sull'imponderabile, sulla sorpresa e sulla ferocia senza alcun limite (n.d.a.: non possiamo definirla animalesca perché offenderemmo gli animali), il tutto condito da una concezione del trascendente assurda quanto nefasta,  noi dell'altra strategia ci stiamo rivelando frastornati e  impotenti.

Più di qualcuno ha detto che siamo in guerra, ma mentre prima sapevamo come combattere e erano certi gli strumenti da usare oggi, di fronte a questo sconvolgente quadro di pretese egemoniche, ci troviamo incapaci di agire schiacciati da un lato dalla esigenza di tutelare e non arretrare sul piano della civiltà giuridica, politica e sociale che una società avanzata come quella dell'Occidente e dei paesi più sviluppati è riuscita a costruire nei secoli e dall'altro  dalla necessità di contrastare tali pretese che, peraltro, non hanno nulla di umano dal momento che ripongono la loro ragion d'essere su qualcosa che non è ragione ma cieca fede in un dio minore. Infatti, rifarsi ad Allah quando si uccidono barbaramente persone inermi  e quando ci si lascia esplodere e invocarlo al grido di "Allah è grande" quando si commettono tali crimini, significa aver deciso di uscire dal genere umano e significa anche avere una concezione di dio riduttiva sia per quanto riguarda il suo ruolo di essere superiore, che lo rende atroce e da non amare, sia per quanto riguarda le sue dimensioni che essendo "grande" non lo rendono eccelso ed infinito.

Dopo tanta premessa viene spontaneo chiedersi nel nostro mondo, che non è quello jihadista, di fronte a questa epocale minaccia dell'Isis: "Cosa facciamo?".

Tale domanda ha una sola risposta che presenta, però, due distinte linee di azione. La prima è che l'Occidente deve comprendere che la "grande civiltà" che ha costruito fino ad ora non è in realtà una grande civiltà se, nonostante le evoluzioni giuridiche delle costituzioni e dei trattati e le garanzie delle Corti, le eterne contraddizioni che scaturiscono restano imperiture. Quel che è peggio è che a ciò ci siamo anche assuefatti progressivamente, perché, vigendo nei paesi capitalisti o pseudo capitalisti ancora la legge del più forte, non si riesce a dare adeguate soluzione, seriamente e su basi nuove ai problemi che ci affliggono, alle pari opportunità, alle questioni dello sviluppo sostenibile, a quello economico e sociale, all'accoglienza di tutti migranti e diversi, alla integrazione tra i popoli, agli interessi finanziari, al costante deprecabile  anelito all'arricchimento facile quanto smodato, ecc. Sono questi i problemi che ci rendono invisi ad altri mondi che non sono il nostro.

L'altra linea d'azione obbligata è che il consesso mondiale dei paesi più evoluti, ONU e dintorni, bandisca con decisione ogni interesse di parte dei singoli paesi (n.d.a. la fornitura di armi all'Isis e il suo finanziamento attraverso l'acquisto in nero del petrolio e altro sono le cose da combattere, anche se ciò comporta rompere con paesi amici o pseudo amici) , si prodighi per unirli per estirpare alla radice il fenomeno dell'Isis, che rappresenta il male assoluto, stabilendo cosa s'intende fare, con quali strategie e mezzi, come si recuperano i tanti che credono agli allucinanti  obiettivi de movimento jihadista e cosa fare dopo delle aree che sono sotto il loro dominio.

Ma per far ciò non si può neppure per un attimo pensare di criminalizzare tutto l'Islam, che invece va aiutato ad integrarsi con il nostro mondo. Non si può neppure pensare che qualche paese europeo o l'Europa o parte di quel consesso dichiari guerra all'Isis, come vorrebbe Salvini.

Il processo dunque è lungo ed occorre un lavoro certosino per farlo avanzare nella giusta direzione, ma i segnali vanno dati subito ai nostri popoli perché se si continua a cincischiare consegneremo molti dei paesi interessati alle destre più bieche, ai razzisti e ai fondamentalisti di ogni estrazione e rimarremo sempre di più esposti ai pericoli di questa subdola guerra che è in atto.

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