ANCORA POLITICA

15 dicembre 2016 LA SINISTRA CHE NON C'E' E' COME L'ISOLA CHE NON C'E'?

PISAPIA E L’IDEA DI UNA SINISTRA MODERNA

L’idea di Pisapia diretta a unificare le varie anime del centro sinistra, non mi sembra una grande idea. Non perché in sé non sia giusta, ma perché a mio giudizio è formulata male.  Infatti, essa non troverebbe, di fatto, la reale disponibilità di Renzi che, invece, è impegnato, senza alcun dubbio, a formare un partito di centro destra (partito della nazione o PDR, partito democratico di Renzi, che dir si voglia).

L’idea di Pisapia andrebbe corretta puntando a unificare le varie anime del centro sinistra con quella parte d’ispirazione progressista del centro che povrebbe ancora esserci e che non è stata ancora fulminata dal renzismo.

Ciò mi pare che sia quanto di più razionale possano pensare gli italiani che ancora credono a un’idea moderna di sinistra. La sinistra di oggi, infatti, così frammentata, anzi polverizzata, non riuscirà mai ad andare da nessuna parte e a raggiungere alcun obiettivo. Essa continua a ripetere gli errori del passato, che l’hanno annichilita fino a questo punto. Essa sembra ancora affetta dal virus della divisione che si è insinuato al suo interno sin dal 1921 (in verità prima e dopo la rivoluzione di ottobre) quando le due ale del massimalismo e del riformismo spaccarono il PSI, non ancora trentenne, che rappresentava la prima formazione partitica della sinistra italiana. Da allora, sia all’interno della prima ala (dopo un comprensibile lungo periodo di crescita) sia all’interno della seconda, le divisioni non si sono più contate. Tanto che oggi mi sembra si sia approdati al punto morto, quasi di non ritorno, secondo cui addirittura ogni cittadino ha una sua idea di sinistra che spesso confligge con l’idea del cittadino che gli sta accanto nelle varie formazioni sociali che dovrebbero rappresentarla.

Sorge, perciò, impellente l’urgenza per la sinistra moderna di ritrovare un denominatore comune prima che da pulviscolo nebuloso diventi liquido o gassoso o addirittura scompaia nel vuoto.

PRC, SEL, SI, Possibile, Verdi, Italia dei Valori, Azione civile, Arancioni di De Magistris, sinistra PD e altri ancora devono lasciare fuori gli interessi di parte e quelli egemonici dell’area, i personalismi, le differenze spesso artificiose e cervellotiche e sforzarsi di trovare una sintesi attorno ad un’idea moderna di sinistra.

So che ciò non è facile e può apparire anche utopico, ma io essendo innamorato dell’Utopia, non posso fare a meno di pensare che sia possibile rendere compatibile questa con una strada possibile da percorrere. Tale strada non può che fare riferimento a principi unificanti quali sono quelli fondamentali che sono, peraltro, il fondamento della nostra Costituzione Repubblicana, difesa a denti stretti il 4 dicembre u.s.

Provo a leggerli in un’ottica che possa traguardare l’esistenza di un’idea di sinistra moderna nella complessità della società contemporanea.

Comincio dal principio democratico, che si sostanzia nella sovranità popolare intesa come diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti, ma che per la sua piena attuazione deve fondersi con il principio autonomistico che può essere sempre più efficace quanto più è guidato dal principio di sussidiarietà, principio cardine della UE che è entrato a far parte anche della nostra Costituzione.

C’è poi il principio della libertà inteso come possibilità di ogni individuo di superare ogni condizionamento soggettivo iniziale e sociale che dovesse presentarsi in corso d’opera e di accedere a tutti i diritti, quelli già universalmente riconosciuti dalle Corti e quelli che ancora non sono riconosciuti.

C’è il principio lavoristico, fondante della Repubblica, inteso come diritto-dovere di ogni cittadino capace di nobilitarlo, da tutelare al di sopra di ogni altro interesse.

C’è il principio solidaristico che si attua con la piena consapevolezza di ogni cittadino dei propri diritti e dei propri doveri, nella convinta partecipazione solidale alla UE e nell’accoglienza degli esseri umani del mondo che non hanno nei propri Paesi le stesse garanzie democratiche che ci sono da noi.

C'è il principio dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, che è l'ingrediente essenziale perché il singolo individuo possa sentirsi pienamente libero conquistando la capacità critica per comprendere appieno e senza filtri la realtà che lo circonda e perché la collettività possa sentirsi fiera anche tutelando il territorio su cui insiste e il patrimonio storico e artistico senza cui non può avere futuro perché l'ignoranza e l'incuria delle proprie vestigia sono la negazione della sua evoluzione.

C’è il principio del pacifismo, inteso come perseguimento della pace non solo come scelta interna per il nostro Paese, ma anche come impegno costante per affermarla nei consessi internazionali, a partire dall’ONU, ponendo di fronte ad ogni controversia internazionale l’esigenza del dialogo e la fattività della diplomazia che deve cimentarsi fino all’esaurimento.

C’è, poi, il principio di dignità che riguarda l’essere umano come singolo e come collettivo che esige il rispetto di sé, degli altri e dell'ambiente in ogni scelta delle umane relazioni.

Ho lasciato per ultimo il principio d’uguaglianza perché esso è il paradigma di un’idea di sinistra moderna che vuole avere l’ambizione di rappresentare i più. Senza che si punti con impegno prioritario e costante a una reale uguaglianza tra tutti i cittadini, pur nella considerazione delle diverse potenzialità di ognuno di essi, capace di superare le crescenti disuguaglianze di ogni tipo presenti nel nostro Paese e nel mondo, non si può parlare di sinistra.

Se questi principi di riferimento sono condivisi, non credo che tra le formazioni sedicenti di sinistra, che occupano oggi il panorama politico, possano esserci differenze che giustifichino le divisioni e se dovessero emergere, deve essere chiaro a tutti che non possono essere considerate fondamentali e tali da non far perseguire all’unisono il “bene comune”. Parole queste molto usate anche nel nostro contesto di divisioni imperanti e spesso abusate senza alcuna convinzione che danno l’idea che se non diventano il faro che guida realmente le azioni politiche lasciano spazio all’alternativa che va in direzione del perseguimento del deprecabile bene personale e/o di parte che va combattuto al pari di com’è necessario combattere il conservatorismo e le idee di destra.

Se Pisapia intende realizzare questo impegnativo programma di lavoroancorché abbozzato, e se quando parla di Renzi si riferisce ai suoi attuali sodali che ancora non hanno smarrito il senso di questi principi, allora ben venga a guidare questa nuova sinistra che potrebbe apparire come "l'isola che non c'è".

25 novembre 2016 LA DEMOCRAZIA VISTA CON L'OCCHIO MATEMATICO

MATEMATICA E DEMOCRAZIA

Utilizzare la matematica per rappresentare fenomeni, concetti e comportamenti squisitamente umani, come per esempio il significato profondo di democrazia, è più che una fantasticheria un mezzo per tentare di esprimere metaforicamente la rappresentazione del reale.

Il titolo di questa breve riflessione che è: “Matematica e Democrazia.", richiede una premessa di storia della matematica per focalizzarlo meglio.

L'accostamento tra una scienza, la matematica, e un termine, democrazia, che etimologicamente ci riviene dall'età classica e che indica una forma di governo, governo del popolo in quanto organizzazione dei rapporti tra la sovranità e quest'ultimo, può apparire alquanto bizzarro, ma per le riflessioni che seguono può essere invece intrigante e appropriato.

Voglio Precisare che la ricostruzione storica che farò è volutamente dettagliata perché ravviso la necessità di dare, comunque per sommi capi, un'idea di quasi tutti gli enti che sono stati importanti per lo sviluppo ulteriore della scienza matematica. Perciò li passo in rapida rassegna fornendo, altresì, una loro collocazione storica

Nel corso degli studi matematici, fatti con l'occhio rivolto alla speculazione filosofica, a chiunque sarà capitato, com’è successo a me, di imbattersi nelle considerazioni di Platone, ateniese vissuto tra il V e il IV secolo a.C., il più grande filosofo dell'antichità con Aristotele. Tra queste colpisce quella che sosteneva che esistessero nella geometria solo due figure perfette: la linea retta e il cerchio perché ogni parte di esse sono simili a se stesse. Tutte le altre figure, ancorché regolari (triangolo equilatero, quadrato, pentagono regolare, ecc.), sono imperfette. Partendo da questa considerazione e dal fatto che la linea retta e il cerchio si possono disegnare con due strumenti, la riga e il compasso, Euclide, della cui vita si conosce ben poco ma che, certamente, fu tra i più giovani discepoli di Platone, sistemò la geometria dell'antichità elaborando la sua opera fondamentale, gli Elementi, molto probabilmente scritta intorno al 300 a.C., proprio utilizzando riga e compasso. Del resto già Platone aveva affermato che questi strumenti costituiscono il fondamento della geometria. Negli Elementi, infatti, Euclide costruisce le sue figure geometriche, sempre più complesse, e sviluppa le sue dimostrazioni, anch'esse di difficoltà crescente, utilizzando appunto solo riga e compasso. Euclide non tralasciò, peraltro, l'altra faccia della matematica antica, cioè l'aritmetica, che cercò di ricostruire utilizzando le basi geometriche esposte nei primi libri degli Elementi. Il vero capolavoro di Euclide, che è poi il vero capolavoro dell'aritmetica greca, però, è di aver dimostrato l'infinità dei numeri primi e la scomposizione univoca dei numeri interi in fattori primi.

Naturalmente, negli Elementi non c'è traccia dello studio delle sezioni coniche, ellisse, parabola, iperbole, che fu invece affrontato da un altro grande dell'antichità, Apollonio di Perga, vissuto tra il III e il II secolo a. C., come non c’è traccia dell'algebra, della geometria analitica e della trigonometria, branche della matematica sulle quali poggeranno le basi del calcolo e dell'analisi infinitesimale e integrale delle quali, invece, si può intravedere già qualche traccia tra il IV e il III secolo a.C. prima con Eudosso e poi con Euclide e Archimede che con le loro idee hanno aperto la strada a tali branche.

Molti secoli dopo di essi furono create tali branche da Leibniz e Newton nel XVII e XVIII secolo d.C., con qualche anticipazione nel secolo XVI per merito di Tartaglia, arricchendo così la scienza matematica in maniera straordinaria e aprendola ancora a nuovi orizzonti con lo studio delle più svariate curve, superfici e altro.

Tutte queste conquiste del pensiero matematico hanno avuto via via tantissime applicazioni nella ricerca scientifica, chimica, fisica, astronomica, statistica, economica ecc.

Con la sistemazione delle geometrie non euclidee, poi, avvenuta dopo Euclide, ma i cui primi albori risalgono anche alla sua epoca, e lo sviluppo da esse di altre geometrie, ancora più complesse, le applicazioni scientifiche si sono moltiplicate giungendo fino alle porte di una comprensione più completa dell'Universo attraverso la chimica e la fisica moderna, la cosmologia e le teorie formulate nel merito, tra le quali spicca quella di Einstein.

Ma, tra tutti gli enti matematici quello che esercita una particolare attrazione sull'uomo non è né la linea retta, figura geometrica perfetta di cui parla Platone,  che peraltro  è uno dei tre enti geometrici primitivi, punto, retta, piano, fissati come tali alla base della geometria euclidea, né il cerchio, anch'esso perfetto, né altri. È, invece, proprio la linea curva quella che produce sull’uomo quella particolare attrazione essendo anch'essa infinita ma imperfetta, sinuosa, libera e varia, come osserva Oscar Niemeyer, l'ultimo dei grandi architetti del Novecento, che dice: "Non è l'angolo retto che mi attrae né la linea diritta, dura, inflessibile creata dall'uomo. Quello che mi affascina è la curva libera e sensuale: la curva che trovo sulle montagne del mio Paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle onde dell'oceano, nelle nuvole del cielo e nel corpo della donna preferita.".

Monarchia, oligarchia e democrazia sono universalmente definite le forme di governo possibili, ma la democrazia, così come la descrive Alexis de Tocqueville, filosofo, politico e storico francese del pensiero liberale, vissuto nell'Ottocento, ha in più qualcosa di speciale rispetto alle altre forme di governo. Essa ha in sé un forte senso sociale perché più che una comune forma di governo del popolo rappresenta un processo storico continuo in direzione dell’affermazione concreta dell'eguaglianza delle condizioni di ogni cittadino. In più Tocqueville profetizza che la tendenza generale e inevitabile dei popoli sia la democrazia. Quest’affermazione, fatta quasi due secoli fa, ha certamente un valore profetico e si sposa sorprendentemente con l'idea del socialismo e poi del marxismo che dell'uguaglianza hanno fatto la loro bandiera anche sul piano economico, oltre che su quelli giuridico, civile e politico, seppure esso dia al problema soluzioni diverse.

Per questo motivo si può ritenere che la linea curva rappresenti più di ogni altro ente matematico la democrazia, ancorché imperfetta, ma che tende alla perfezione, pur non essendo allo stato attuale simile a tutte le sue parti, le quali però anch'esse sono imperfette, ma tendono alla perfezione.  

Le parti costituenti della democrazia sono tante, sono tantissime: la rappresentanza, la concordia, l'esercizio dei diritti e dei doveri, la responsabilità, l'appartenenza, la dignità, la partecipazione, la giustizia, la libertà, ecc., oltre che, naturalmente, l'uguaglianza. All'esercizio dei diritti, cioè dei diritti già riconosciuti e consolidati in varie parti del mondo e meno in altre, vi sono da aggiungere anche i nuovi diritti che ancora non si sono affermati, ma che già oggi appaiono emergenti, i diritti degli omosessuali che cominciano ad avere un riconoscimento, quelli che scaturiscono dalle conoscenze di bioetica, quelli che emergono dalla diffusione globale di Internet, quelli che riguardano l’autodeterminazione, per esempio, di fine vita e altri ancora ai quali neppure si pensa in questo momento e di cui, oggi, non abbiamo la più pallida idea che possano esistere prima e diffondersi essendo l'avanzare della tecnoscienza continuo e senza frontiere.

 Con tutte queste sue parti costituenti, più note e meno note, si può immaginare che la democrazia sia una curva che tende asintoticamente ad assumere uno determinato status della società nella quale opera. Si può anche immaginare che questo status costituisca la tendenza sempre più prossima al raggiungimento della perfezione delle sue parti che nell'immaginario epilogo del processo (proprio per la sua caratteristica di continuità) si rende concreta in una società giusta che ha al centro la libertà di ogni cittadino e l'eguaglianza di ognuno di essi con l'altro senza lasciare in secondo piano il complesso  degli altri diritti.

23 novembre 2016 -------------------------------- APPELLO PER IL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE

Alle prime luci dell’alba di ogni giorno mi sveglio e penso sempre che quello che si sta aprendo sia un nuovo giorno che può portare valore aggiunto a ciò che ho maturato nella mia vita nel campo esperienziale e delle idee e che può portare qualche soluzione in più, tra quelle agognate, alla vita degli ultimi della terra e indifferentemente a tutti i nostri compagni di viaggio.

Stamane mi sono svegliato con un’idea pensando alla spaccatura che il discettare sulla nuova Costituzione oggetto del referendum ha creato nel Paese e addirittura all’interno delle famiglie che ne sono il nucleo fondamentale. Tale spaccatura è destinata a restare a lungo sia nel caso di vittoria del “sì” che nel caso di vittoria del “no”.

Tanto premesso, penso che ogni persona più avvertita debba impegnarsi a fondo per ricercare un dialogo civile con le altre persone più prossime in conformità a verità condivise e inconfutabili.

Sono convinto che una di queste risieda nel fatto che la “governabilità” (dall’enciclopedia Treccani: “Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese.”) non debba mai sconfinare nel “decisionismo”.  Perché ciò non accada, la prima avvertenza è che non si debbano comprimere i principi fondamentali che sono l’anima della nostra Costituzione Repubblicana. Se, invece, in nome della governabilità s’intacca “il normale governo di un paese”, che si sostanzia del principio democratico nutrendosi anche degli altri principi, al netto degli altri gravi rischi d’involuzione del sistema, si precipita inevitabilmente nel deprecabile “decisionismo”.

Appello alle mie care amiche e ai miei cari amici ormai convinti di approvare con un “sì” questa nuova Costituzione insieme con quelli che non avendo studiato l’astruso testo non sanno e non vogliono esprimersi e con gli altri che ormai da anni rifiutano di andare a votare (ultimo strumento di democrazia rimastoci, anch’esso a rischio). Riflettete se non sarebbe stato meglio cercare di attuare pienamente i principi fondamentali ancora oggi in larga parte solo sfiorati (democrazia, libertà, uguaglianza, solidarietà, dignità, lavoro, autonomie locali, sviluppo della cultura e della ricerca, rifiuto delle guerre, ecc.), anziché avventurarsi su strade che rischiano di far perdere al Paese la sua identità.

CAROLLA MARIO

11 novembre 2016 LA RAGIONE DELLE RAGIONI DEL "NO"

LA PILLOLA DELLA VERITÀ. LA RAGIONE DELLE RAGIONI DEL “NO”

Sono trascorsi quasi tre anni da quando la Consulta ha emesso la sentenza n° 1/2014 riguardante l’incostituzionalità di parti fondamentali della legge elettorale con la quale questo Parlamento è stato eletto, il “Porcellum”. La Consulta ha scritto, tra l’altro: “Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono - in definitiva, e con ogni evidenza - un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti” e aggiunge: “Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali”. Questo è comprensibile per la necessaria continuità dell’azione legislativa che si deve assicurare.

Molta acqua è passata sotto i ponti da quel momento, tra cui la piena attività del governo Renzi, tanto piena da modificare quarantasette articoli della Costituzione. L’articolo 138 della Costituzione contempla il caso che qualora non si raggiunga nella votazione delle due Camere la maggioranza qualificata nell’approvazione di una legge costituzionale si può indire il referendum confermativo senza necessità di raggiungere un quorum.

 Fin qui, dunque, è tutto normale, ma è molto grave, però, politicamente e peserà nel tempo sui protagonisti, fare una riforma costituzionale di quella portata con un Parlamento che, è pur vero che non è giuridicamente delegittimato, ma che, di fatto, è “abusivo” come ha scritto Zagreblesky commentando quella sentenza.

A margine ricordo che il 22 dicembre 1947 la nostra Costituzione fu approvata con l’88% circa di voti favorevoli dei 515 presenti alla riunione dell’Assemblea Costituente, costituita da rappresentanti di partiti profondamente divisi per ideologie anche trasversalmente ai singoli partiti. Oggi, gli eredi di una parte di quei costituenti vogliono approvare un’altra Costituzione (che intacca indirettamente anche i principi fondamentali) varata a maggioranza di un Parlamento “abusivo” sia pure con un referendum confermativo che la legittima. Ma nohooo… ?

 

 

21 gennaio 2016 LA CRISI DEI PARTITI

LA CRISI DEI PARTITI

Due personaggi di nome Tommaso, Thomas More (1478-1535), detto in Italia Tommaso Moro,umanista,scrittore e politico cattolico inglese, e Tommaso Campanella (1568-1639), filosofo, teologo,poeta e frate domenicano italiano, possono insegnare molto ancora oggi ai partiti italiani.

La crisi nella quale i partiti italiani del dopoguerra sono invischiati viene da lontano e non starò qui a ricercarne le origini e a ripercorrerne le tappe, ma desidero evidenziarne la causa principale con l'aiuto dei due personaggi succitati di nome Tommaso.

È intanto evidente a tutti che la crisi c'è, ma non mi accontento di dirlo perché vorrei che sia tangibile per tutti. Perciò suggerisco di osservare qualche dato:

1) consistenza attuale in questa XVII legislatura alla Camera e al Senato dei primi cinque maggiori partiti:

                                                   CAMERA                SENATO

PD                                                   300                      112

M5S                                                   91                        36

FI                                                      55                        41

Area Popolare (NCD e UDC)                 31                       31

SI e SEL                                              31                         6 (nel gruppo misto in crescita);

con una composizione complessiva per la Camera di 630 deputati e per il Senato di 321 (dati forniti dai siti dei due rami del Parlamento). Sono presenti alla Camera ben 16 gruppi parlamentari e altrettanti deputati non iscritti ad alcun gruppo e al Senato ben 10 gruppi parlamentari. Ognuno di questi gruppi spesso è formato da persone o più raggruppamenti di diverse posizioni politiche.

2) I cittadini che sono andati a votare per eleggere questa rappresentanza frastagliata, che solo per i meccanismi elettorali della legge con la quale si è votato appare più consistente,soprattutto alla Camera, rispetto agli aventi diritto al votosono per la Camera il 75,19%  e per il Senato il 75,11% , cioè circa i 3/4, ai quali va tolto per entrambi i rami del Parlamento tra il 3 e il 4 % di schede bianche e nulle. Questi dati sui votanti sono risultati in calo di circa il 5% rispetto alle elezioni precedenti e ad oggi, stando ai sondaggi, in forte ulteriore calo.

Cosa c'è dietro questi dati sintetici ma sconvolgenti? Non credo che vi possano essere dubbi nel dedurre, come si fa in euristica, che la frammentazione della rappresentanza popolare e la sua non esaltante rappresentatività sia frutto di una scarsa capacità di coinvolgimento e di aggregazione dei cittadini che i partiti politici o più precisamente le idee che li muovono sono capaci di mettere in campo.

La "prova del nove" di quanto ho asserito testé è il dato sul tesseramento dei partiti sul quale non riferisce mai nessuno dalle fonti naturali (i partiti) ai media e persino dal web. Questi dati sono volatili e compaiono più o meno gonfiati in occasione dei Congressi.

E allora quale potrebbe essere l'antidoto ad un tale sfacelo della politica (senza una valida rappresentanza dei partiti non c'è politica) e dunque della democrazia (se non vive quella rappresentanza non c'è democrazia trasformandosi essa in oligarchia).

I DUE DI NOME TOMMASO POSSONO AIUTARCI!

I due possono insegnare molto, dicevo in apertura, ma l'avvertimento è di non prenderli troppo alla lettera considerato che, per esempio, per "L'UTOPIA", opera maggiore di Thomas Mure, ricorre quest'anno il cinque centenario della sua elaborazione, e quindi fu pensata e scritta in epoca moderna, ancorché non più medievale, e umanistico-rinascimentale. Questo riferimento temporale ci fa comprendere come Thomas Mure, pur canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 da Papa Pia XI a quattrocento anni dalla sua decapitazione inflittagli per aver difeso il papato contro la riforma protestante, successivamente commemorato anche nel calendario dei Santi della Chiesa anglicana, dal 2000 patrono degli statisti e dei politici per volere di Giovanni Paolo II, sembra che fosse favorevole alla schiavitù e alla subordinazione del genere femminile, che non escludesse la pena di morte e le punizioni corporali per alcuni reati, che fosse per l'abolizione in toto della proprietà privata ed altre cose che oggi a noi contemporanei appaiono come vere amenità. Ma, "L'UTOPIA", è un libro che merita di essere preso ad esempio dai partiti di oggi perché ha il coraggio, nonché l'ambizione, di descrive un'isola che non c'è (l'etimologia della parola utopia dal greco - antico conferisce questo significato), abitata da una società ideale dove, per esempio, tutti i cittadini lavorano 6 ore al giorno e, nel tempo libero, possono dedicarsi alle proprie passioni, allo studio delle scienze e della filosofia e all'amore per l'arte.

Tommaso Campanella nella sua "CITTÀ DEL SOLE" immagina anch'egli una società utopica dove, come in "L'UTOPIA, appaiono soluzioni che oggi non possiamo condividere ma che riflettono il contesto dell'epoca in cui fu scritta l'opera (1602). Per esempio, che il potere spirituale e temporale sia appannaggio di un Principe Sacerdote, di non più di 35 anni per la necessaria esperienza da conseguire, chiamato Sole (o Metafisico), che, dunque, governa la città, assistito soltanto da altri tre Principi: Sin, Pon e Mor che si occupano rispettivamente delle scienze, della pace e della guerra, e della procreazione, dell'educazione degli abitanti e del lavoro. Naturalmente tutto ciò è la negazione della democrazia così come si è andata costruendo nei secoli e con tutti i difetti che oggi registriamo e che la rendono evanescente, ma è l'affermazione di un regime assolutistico o al più oligarchico che oggi disconosciamo (almeno a parole) ma che si va affermando. In questa nuova isola che non c'è, denominata Taprobana, però, il lavoro c'è per tutti i cittadini e per non più di quattro ore giornaliere con un tempo libero ampio da dedicare alle attività ludiche e ricreative in genere che, però, non perdano mai di vista la finalità di elevare la conoscenza di ognuno che le pratica, dove anche la scuola si pone il fine primario di insegnare facendo giocare i bambini; in questo luogo sono banditi gli egoismi, le violenze, i mali delle guerre e della fame.

Il perché abbia richiamato queste due opere, e non sono le sole, l'ho preannunziato in apertura di questo scritto: scoprire "la causa principale" della crisi dei partiti.

Do per scontato che non intendo dire che i partiti debbano mettere in campo un'idea di società nuova con i connotati presenti nelle due opere citate, ma senza alcun dubbio dovrebbero elaborare un'idea di società nuova utopistica, coraggiosa e rivoluzionaria nei suoi contenuti rispetto alla società in cui siamo immersi dove regnano la disuguaglianza e, incontrastati efficacemente, i non valori.

Già, perché se i partiti avessero l'acume di immaginare una tale società ideale nuova, un'isola che non c'è ma che bisogna avere il coraggio di immaginare e l'ambizione di costruire, non al 100% delle sue opzioni, ma nel tempo con gradualità e determinazione, forse migliorerebbero la loro capacità di aggregazione e di consenso dei cittadini. In tal modo credo che si potrebbe sicuramente battere il disinteresse del popolo, l'antipolitica dominante e si avvierebbe a soluzione la crisi che li attanaglia in una morsa che appare sempre più soffocante.

Tanto vale per i partiti politici, ma vale anche per ogni formazione sociale che opera per il bene comune, compresi i sindacati tra i quali non posso non includere anche la CGIL, che sento più vicina, più prossima ad una visione di società nuova pregna di valori forti.

21ennaio 2016                            MARIO CAROLLA

Commenti più recenti

08.10 | 09:47

Bella pagina di un pensionato educatore che continua a prestare e divulgare il suo sapere a chi non puo' o non ha potuto studiare per motivi inerenti al vissuto

25.09 | 09:50

Caro Mario ho arguto, per aver di fatto scritto a lungo e... A vanvera, che qui non si possa scrivere a lungo. Lo farò sulla tua mail...

09.08 | 04:15

L'analisi presentata dal Dirigente scolastico Mario Carolla è puntuale e realistica e ne condivido in pieno la sua struttura innovativa .

09.06 | 04:22

Ateismo e Agnosticismo :va bene così.La maiuscola va bene.Non avevo battuto io:ho affidato ad altri un lavoro che mi stanca subito.Preferisco la penna.