LA FESTA DEI LAVORATORI

1° maggio 2022 LA FESTA DEI LAVORATORI

 1° maggio 2022

Esattamente una settimana fa, Il 25 aprile del c.a., abbiamo ricordato in Italia la Liberazione dal nazifascismo datata 1945, a conclusione di quel fulgido periodo della storia d’Italia che è stato la Resistenza.

Oggi ricordiamo la Festa del Lavoro. Il Lavoro rappresenta il principio fondativo della nostra Repubblica, nata anch’Essa dalla Resistenza, ma è anche il principio che conferisce piena dignità alla persona.

 Quest’anno voglio dedicare queste mie riflessioni ai morti sul lavoro che hanno raggiunto cifre impressionanti (nel quadriennio 2018-2021 le morti bianche sono state 4713 alle quali dobbiamo aggiungere le altre 189 solo nel primo trimestre dell’anno in corso). Dietro queste morti ci sono persone in carne ed ossa come quelle causate dalle guerre insensate e il primo pensiero che mi viene in mente è un’esortazione: svegliamoci!

Oggi mi piace ricordare quanto ho scritto il 3 maggio del 2020 perché il suo contenuto mi sembra attuale, nonostante siano trascorsi due anni combattuti contro la pandemia, prima, e dopo contro la recente guerra che l’aggressore russo ha scatenato contro l’Ucraina che, come Occidente, ci vede coinvolti. Tali eventi stanno mettendo in ginocchio l’economia del mondo e la questione lavoro non può che stare in cima ai problemi che gli Stati devono affrontare.

Segnerò in rosso le parti che per ragioni di attualità vanno modificate.

“La Liberazione ha restituito all'Italia la Democrazia e la Libertà ed Esse hanno prodotto uno straordinario libro delle regole (preferisco chiamarla carta d'identità degli italiani) chiamato Costituzione Repubblicana, entrata in vigore il primo gennaio del 1948.

Questo libro all'art. 1 recita:

"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…" e il 1° Maggio di ogni anno si celebra la Festa del Lavoro, altra ricorrenza straordinaria che con l'avvento della Repubblica ha segnato il DNA degli italiani per il suo significato e per la loro grande e sentita partecipazione.

Il 1° maggio vuol ricordare le lunghe battaglie di emancipazione condotte dai movimenti sindacali di tutto il mondo. È stata presa come data simbolo il primo maggio perché in quel maggio del 1886, a Chicago nell'Illinois, scoppiò una rivolta dei lavoratori con scioperi ad oltranza diretta a rendere concreta la riduzione ad 8 ore lavorative l'orario di lavoro giornaliero, che era invece di 12 e anche di 16 ore, in applicazione della legge approvata a Chicago già dal 1866, entrata in vigore il 1° maggio 1867, ma che non era ancora operante. Il 4 maggio seguì la repressione delle forze dell'ordine che determinò una tragedia, nota come tragedia della rivolta di Haymarket, dal nome di una piazza di Chicago. Quel giorno morirono numerosi manifestanti e poliziotti.

La Seconda Internazionale, coordinamento dei sindacati e dei partiti socialisti e operai europei, istituì ufficialmente in Europa nel 1889 tale ricorrenza per il 1° maggio di ogni anno anche se in molti Paesi del continente americano anche prima si ricordava la ricorrenza di quel tragico evento di Chicago. Nel 1891 fu introdotta questa ricorrenza anche in Italia. Con la parentesi buia del fascismo, nel 1924 la ricorrenza fu spostata al 21 aprile per farla coincidere con il Natale di Roma e nel 1945 nell'Italia repubblicana tornò ad essere festeggiata il 1° maggio.

Questa ricorrenza vede ogni anno la partecipazione della stragrande maggioranza dei lavoratori, ma anche di tanti italiani con in testa ad organizzarla i sindacati CGIL, CISL e UIL con dilaganti manifestazioni di popolo e negli ultimi 32 anni anche con suggestivi concerti musicali nelle principali città italiane ai quali la partecipazione giovanile è sempre straordinaria.

Al centro di queste manifestazioni c'è la condizione dei lavoratori per migliorarla e le loro rivendicazioni coerenti con un'idea di lavoro che non si discosta mai dal principio affermato nell'articolo 4 della Costituzione. In esso il lavoro assume la veste di principio programmatico per l'intera Repubblica, come diritto di tutti i cittadini, dunque lavoro per tutti, dignitoso, sicuro e retribuito equamente, ma anche la veste di principio morale, come dovere, al fine di concorrere “al progresso materiale o spirituale della società”.

Sono trascorsi più di 74 anni da quando è entrata in vigore la nostra Costituzione e, ahimè, un lavoro così concepito è ancora lontano da essere attuato.

 

Disoccupazione di fasce consistenti di popolazione con quella giovanile in testa, lavoro precario, lavoro nero, diseguaglianze non più sostenibili esistenti, non solo tra lavoratrici e lavoratori, ma anche tra le varie tipologie di lavoro, disparità di trattamenti a parità di mansioni e di funzioni, insicurezza sui posti di lavoro, aumento delle fasce di povertà assoluta e relativa sono i mali, solo per citarne alcuni, che affliggevano il mondo del lavoro prima della tragedia che stiamo vivendo che è destinata ad acuire quei mali.

A tali mali bisognerà porre rimedio e bisognerà farlo con maggiore determinazione maggiormente da ora che ci troviamo a vivere una tragedia immane che è sanitaria, economica e sociale e che sarà nei prossimi anni sul piano economico e sociale assolutamente devastante.

Senza voler riscoprire il nesso capitalista tra denaro investito per la produzione, merce prodotta e denaro prodotto al termine del processo, evidenziato da Karl Marx nel secolo XIX con l'obiettivo di stravolgere la ripartizione del plusvalore tra datore di lavoro e lavoratori, certamente, bisognerà rivederla profondamente per due motivi fondamentali:

il primo è che a mettere in campo il capitale iniziale non è solo il datore di lavoro (il capitalista) ma anche lo Stato in varie forme e, dunque tutti noi che siamo i suoi finanziatori;

il secondo è che se si vuole incidere su quei mali del lavoro ai quali ho accennato prima bisognerà reperire risorse, che saranno ingenti per lo spessore dei mali denunciati e della ricostruzione che ci attende, che chiamerei più propriamente rinascita.

Ovviamente, non credo che sia sufficiente incidere solo sul plusvalore perché sarà necessario farlo anche sui fondamentali del sistema economico.

È ben noto che in macroeconomia la grandezza fondamentale alla quale si fa riferimento per compiere delle scelte economiche e, dunque, sociali è il prodotto interno lordo di uno Stato (PIL). Il PIL è un valore numerico che misura l'intera produzione annua di un Paese; nella pratica per stabilire la crescita o la decrescita economica di un Paese è usato il suo tasso percentuale annuo. Matematicamente, il PIL è una somma di quattro addendi ognuno dei quali corrisponde a uno dei quattro ambiti dell'economia. Per rappresentarlo in formula si ha:

PIL = C + I + SP + EN

dove C è l'ammontare dei consumi privati, I è l'ammontare degli investimenti delle aziende, SP rappresenta l'ammontare della spesa pubblica (Amministrazione pubblica) in termini di acquisti e servizi compresi gli investimenti ed esclusa le spese per la previdenza e l'assistenza, infine, EN rappresenta il valore netto delle esportazioni cioè la differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni.

Un altro importante parametro dell'economia che bisogna tener sempre presente nel compiere scelte d'indirizzo non solo economico, ma anche politico e sociale è il debito dello Stato (Pubblica Amministrazione). Esso è matematicamente dato dalla somma algebrica dei surplus (quando nei bilanci annuali di uno Stato prevalgono le entrate) e dei deficit (prevalenza delle uscite) accumulati nel corso degli anni. Noi eravamo prima della crisi sanitaria e della guerra il fanalino di coda in Europa per il debito e lo saremo ancora e più gravemente con l'incalzare della crisi economica e sociale che è già in atto e che ci attende con maggiore virulenza. Pertanto, un obiettivo strategico per il nostro Paese, non solo necessario perché ce lo chiede l'Europa, è di tenere basso il rapporto debito/PIL al fine di avere più risorse da investire per la rinascita. In aritmetica per diminuire il valore numerico di una frazione ci sono due modi: il primo diminuire il numeratore e il secondo è aumentare il denominatore.

Nella gravissima situazione nella quale ci troviamo e ci troveremo ad operare con l'obiettivo sempre presente di abbattere quei mali del mondo del lavoro per una società più giusta è necessario intervenire su entrambi i termini della frazione.

Diminuire il numeratore cioè diminuire il debito significa incidere in maniera consistente sui surplus (provvedendo a nuove e consistenti entrate) e/o sui deficit (riducendo gli sprechi visto che sarebbe assurdo ridurre indiscriminatamente le spese, ma in tempi di guerra anche la riduzione delle spese diventa necessaria se veramente vogliamo dare il nostro contributo a sconfiggere l’aggressore). Aumentare il denominatore, cioè aumentare il PIL, significa aumentare uno o più di quei quattro addendi che lo costituiscono. Più che aumentare i consumi privati (il consumismo è uno dei mali della contemporaneità che dovremmo rivedere ancorché a più lunga scadenza) la soluzione è a mio avviso nell'aumentare il valore degli altri tre addendi cioè aumentare il valore in termini di investimenti privati (I; torniamo al plusvalore) e pubblici (SP) e in termini di aumento delle esportazioni diminuendo le importazioni superflue (EN) agendo sulla qualità dei prodotti da esportare.

Uno degli interventi decisivi per ottenere nuove e consistenti risorse disponibili è certamente quello diretto ad aumentare il surplus. Ciò si deve fare in primo luogo agendo sulla leva fiscale (sul versante principalmente delle imposte) perché vanno applicati fino in fondo, se veramente aspiriamo ad una società più giusta, alcuni principi fondamentali della nostra Carta: quello della solidarietà economica e sociale (articolo 2) e quello dell'eguaglianza (articolo 3, 2° comma) per avviare prima e puntare dopo all'abbattimento delle diseguaglianze. Senza dire che l'articolo 53 è su questo tema di una chiarezza disarmante per qualsiasi politico, ma purtroppo non lo è per molti di quelli che si sono succeduti fino adesso nel nostro Paese: “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Infatti, il nostro sistema fiscale in vigore è estremamente iniquo e a mio giudizio in contrasto, in primis, con il 2° comma dell'articolo 53 che recita: “Il sistema tributario è improntato a criteri di progressività”. Sono insufficienti, a mio avviso, nel caso dell'imposta IRPEF solo cinque scaglioni di reddito che sono attualmente in vigore. Sarebbero da rivedere sia le aliquote per ogni scaglione sia il numero di essi perché, ad esempio, l'aliquota (43%) che è prevista per i redditi superiori a 75.000 € annui, sia pure modulata, non risponde pienamente ai principi costituzionali sopra richiamati. Analogo discorso varrebbe per le addizionali comunali e regionali. Poi, c'è la questione dell'imposta patrimoniale, ordinaria o straordinaria che sia, ma applicata meglio e non a frammenti (vedi IMU, TASI, imposta sui c/c, sui prodotti finanziari, sui bolli, ecc.) e in ottemperanza ai principi ispiratori richiamati sopra che qualsiasi imposta, e anche a mio avviso tassa, deve tener presente. Non mi sembra affatto che la Legge delega alla Riforma del Sistema fiscale, approvata a ottobre 2021, vada in questa direzione ancorché siano previsti nuovi contenuti e integrazioni per un periodo di esercizio di diciotto mesi e siano posti in evidenza gli obiettivi prioritari della stessa (crescita economica, semplificazione del sistema tributario e contrasto a evasione ed elusione fiscale, encomiabili nella loro enunciazione, ma difficilmente raggiungibili.

Tornando all'attuazione del principio lavoristico, definito dalla nostra Costituzione come principio fondamentale, fondante, programmatico e morale, è necessario aggiungere che oggi non è sufficiente intervenire sulla macroeconomia secondo quanto proposto sopra, ma è necessario intervenire proprio sull'idea di crescita che non può essere solo economica, ma anche sociale, visto che le risorse del pianeta non sono illimitate e c'è, indiscutibile, l'esigenza del rispetto dell'ambiente, dell'habitat, della nostra casa comune; perché il benessere non è soltanto materiale ma è anche della sfera intima della persona. Lavoro per tutti vuol dire impiegare meglio le risorse e ricavarne di più ridistribuendo la ricchezza, vuol dire utilizzare al massimo le conquiste della Scienza e lo sviluppo tecnologico che ne derivano, vuol dire, dunque, anche diminuire il carico di lavoro per ciascun addetto aprendogli nuove possibilità per la sua crescita culturale, per la cura della sua persona e di chi gli sta accanto, per il miglior modo possibile d'impiegare il suo tempo libero secondo le proprie attitudini e aspirazioni. Costruire “l’isola che non c’è” non è utopia.

Il lavoro così inteso conferisce alla persona piena dignità, benessere e voglia di vivere ed è ciò al quale ogni uomo deve aspirare per sentirsi partecipe dell'alta missione che la natura gli ha conferito: contribuire al progredire della specie alla quale appartiene.

Per questo vale la pena battersi.

 

PS: in questa riflessione non ho volutamente affrontare tutta la problematica relativa al fatto che l'Italia è parte di un'Organizzazione internazionale in cui vigono relazioni economiche fondate sulla moneta unica (la UE) ed è parte di un'Organizzazione mondiale in cui vigono anche altre e non secondarie relazioni umane (l'ONU). Non l'ho fatto perché ho scelto di parlare solo del pianeta Italia e di cosa possiamo fare noi in Italia. Parlare dei rapporti con la UE aprirebbe un'altra lunga riflessione, ma sulla UE una sola cosa voglio dirla. Il 5 giugno del 1947 il segretario di Stato George Marshall, presso l'Università di Harvard, annunciò in un suo discorso il piano, European Recovery Program, appunto per aiutare la ripresa di quei Paesi europei inginocchiatisi in seguito alla II guerra mondiale. Il piano prevedeva uno stanziamento di oltre 12,7 miliardi di dollari (al tempo costituivano una somma ingente) a favore di questi Paesi e passò alla storia come piano Marshall. All'Italia andarono 1 miliardo e 204 milioni che servirono per la ricostruzione. Osservo che tale elargizione da parte degli Stati Uniti d'America non fu dettata da sentimenti di umanità, ma semplicemente dalla necessità di avere alleati sullo scacchiere mondiale delle grandi potenze destinate a diventare i gendarmi del mondo. Resta il fatto che quelle risorse a fondo perduto aiutarono l'Italia a rialzarsi dal disastro della guerra. Oggi ci troviamo e ci troveremo in una situazione analoga e se la UE non comprende che deve fare la stessa cosa senza lasciarsi scavalcare dalla Cina o dalla Russia non ha più motivo di esistere con buona pace di Altiero Spinelli, di Ernesto Rossi e di Eugenio Colorni che scrissero il Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita. La preoccupazione sulla UE espressa in questo PS si è parzialmente attenuata con gli interventi economici fatti anche all’Italia e con quelli che senza dubbio dovrà ancora fare per l’aggravarsi della crisi a causa della guerra. Si è peraltro attenuata per segnali consistenti che vanno in direzione di una maggiore unità tra i Paesi membri. Resta, però, in tutta la sua gravità l’impotenza dell’ONU a prevenire le guerre, vedi quella che stiamo vivendo e le altre 59 sparse nel mondo le quali lo dilaniano nell’indifferenza generale.”.

 

BRINDISI, lì 1° maggio 2022

CAROLLA MARIO

LA LIBERAZIONE

 

Il 25 aprile 1945

Non è mia intenzione qui riproporre la storia che ha condotto l’Italia al 25 aprile 1945, ma sento doveroso sottolineare che questa data è una data epocale perché segna un passaggio tra due periodi storici segnati dalla diversità. Possiamo senz’altro dire che il 25 aprile del 1945 rappresenta una data spartiacque tra due epoche. La precedente, durata quasi mezzo secolo, è caratterizzata dalle gravi sofferenze patite dal popolo italiano a cominciare dal giuramento di Vittorio Emanuele III a re d’Italia del 10 agosto 1900, avvenuto in seguito all’assassinio di Umberto I da parte dell’anarchico toscano Gaetano Bresci (cito questo re perché ritengo che sia stato una delle cause principali dei gravi eventi seguiti). Il 29 settembre 1911 scoppia la guerra italo-turca per il possesso della Libia e nel 1912 e 1913 la I e la II guerra balcanica. Il 29 luglio 1914 scoppia la I guerra mondiale, che termina l’11 novembre 1918, con l’Italia che vi è entrata in il 24 maggio 1915. A Milano, ad opera di Benito Mussolini, il 23 marzo 1919 nasce il movimento politico “I fasci italiani di combattimento” che aprono il periodo più buio della storia d’Italia con il biennio rosso (1919-1920), durante il quale operai e contadini misero in atto una serie di scioperi generali che culminarono con l’occupazione delle fabbriche; l’economia, già in grave difficoltà per gli esiti della guerra, è messa in ginocchio. Il 28 ottobre 1922 Mussolini organizza la marcia su Roma e due giorni dopo è nominato dal re succitato primo ministro con l’incarico di formare il nuovo governo. È l’inizio della dittatura fascista che ha portato all’eliminazione delle libertà, alla messa al bando di partiti e sindacati, a violenze inaudite per eliminare gli avversari politici, alla crisi del ’29, alle leggi razziali, alla disastrosa II guerra mondiale e alla guerra civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti.

 

Con il 25 aprile del 1945 si apre l’altra epoca. Essa esordisce con l’avvento della Repubblica del 2 giugno 1946, con la elaborazione della sua meravigliosa Costituzione, che entra in vigore il 1° gennaio 1948, aprendo così il cuore degli italiani a nuove speranze di pace, di libertà, di democrazia di dignità umana, di solidarietà e di benessere. Questa speranza si è andata in questi settantasette anni affievolendo, ma il bene irrinunciabile di quei principi sublimi che sono alla base dei diritti inalienabili e di quei doveri inderogabili di cui ha bisogno l’uomo è sempre ancora vivo.

Tornando al 25 aprile, voglio quest’anno sottolineare il grande contributo che anche il meridione ha dato alla Resistenza e alla Liberazione. In particolare, voglio sottolineare il fatto che a quella data il meridione e Brindisi erano già liberi per l’avanzata degli alleati che risalivano la penisola ricacciando indietro i tedeschi in fuga e anche per il contributo dei disseminati Comitati di Liberazione di molte province.  Emblematico è il ricordo che l’Archivio storico “Benedetto Petrone” di Brindisi, diretto da Antonio Camuso, ha lanciato qualche anno fa. A Camuso va il merito di aver rispolverato il volantino, riportato sopra, a firma del Comitato Provinciale di Liberazione e della Camera del Lavoro di Brindisi. In esso si evince che per la prima volta dopo il ventennio fascista e dopo i ripetuti dinieghi del re Vittorio Emanuele III, che nel frattempo si era rifugiato a Brindisi dopo l’8 settembre del 1943, del suo governo Badoglio e degli alleati, veniva autorizzata la prima manifestazione antifascista pubblica per domenica 19 marzo 1944, alle ore 10,30, presso l’ex Teatro Arena, in piazza Cairoli, con la partecipazione dei partiti antifascisti e della CGIL.

Si consolidava così anche a Brindisi il primo anelito alla Democrazia con la sconfitta delle forze filomonarchiche moderate (tra le quali anche parte degli alleati) ad opera di quelle antifasciste e repubblicane. La Liberazione dalla dittatura fascista e dai nazisti tedeschi fu poi proclamata il 25 aprile del 1945 dal CLNAI, con sede a Milano, che annunciò l’insurrezione generale delle forze antifasciste contro i nazifascisti in tutti quei territori ancora occupati e che, di fatto, assunse il potere in nome del popolo italiano al grido di: “VIVA L’ITALIA LIBERA”.

BRINDISI, lì 25 aprile 2022

MARIO CAROLLA

 

Commenti più recenti

08.10 | 09:47

Bella pagina di un pensionato educatore che continua a prestare e divulgare il suo sapere a chi non puo' o non ha potuto studiare per motivi inerenti al vissuto

25.09 | 09:50

Caro Mario ho arguto, per aver di fatto scritto a lungo e... A vanvera, che qui non si possa scrivere a lungo. Lo farò sulla tua mail...

09.08 | 04:15

L'analisi presentata dal Dirigente scolastico Mario Carolla è puntuale e realistica e ne condivido in pieno la sua struttura innovativa .

09.06 | 04:22

Ateismo e Agnosticismo :va bene così.La maiuscola va bene.Non avevo battuto io:ho affidato ad altri un lavoro che mi stanca subito.Preferisco la penna.